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martedì 9 maggio 2017

1476 – Our Season Draws Near

#PER CHI AMA: Indie/Post Punk/Neofolk
Dei 1476 siamo stati tra i primi, in Europa, a parlare, all’epoca dell’uscita del loro secondo album 'Wildwood', accoppiato all’EP acustico 'The Nightside', e all’epoca li definimmo come uno dei segreti meglio custoditi dell’underground americano. Finalmente qualcuno se n’è accorto, per la precisione l’ottima label tedesca Prophecy Productions, che lo scorso anno ha ristampato i lavori, inizialmente autoprodotti, della band di Robb Kavjian e Neil DeRosa. Non è mai bello vantarsi delle proprie scoperte, dire “L’avevo detto io…” con aria saccente e compiaciuta, però è indubbio che faccia piacere vedere una band di cui si era parlato con toni più che positivi più di quattro anni prima, raggiungere ampi e diffusi consensi una volta promossi come si deve da un’etichetta competente. E allo stesso modo non è bello poi, girare la faccia dall’altra parte davanti ad un nuovo disco pubblicato dalla nuova etichetta, dicendo che “erano meglio prima”. Per cui eccolo qui, 'Our Season Draws Near', un disco atteso come pochi altri ultimamente, e che vale ogni giorni passato ad aspettarlo. Rispetto al decadentismo un po’ naif (ma anche tanto affascinante, va detto) delle release precedenti, questo è un album asciutto e rigoroso, che abbandona ogni sovrapproduzione e si concentra sul suono delle chitarre e della batteria, ora acustico e sussurrato, ora ruggente e aggressivo, in un’esasperazione dei contrasti che, alla fine, è il tratto distintivo della band del New England. È evidente il miglioramento a livello di produzione, che ha permesso ai 1476 di esplorare un nuovo lato della loro natura, evolvendo definitivamente dall’art rock degli esordi in un ibrido tra canzoniere gotico americano, una certa wave scura e selvaggia e metal estremo che non ha effettivamente termini di paragone al giorno d’oggi nel panorama internazionale. Provate a pensare, se ci riuscite, a una fusione tra 16 Horsepower, Death in June, Agalloch, Gun Club e, chessó, Iced Earth, e forse vi avvicinerete all’effetto finale. Non è facile descrivere certe tracce, ma la sequenza "Solitude (Exterior)" – "Odessa" – "Sorgen (sunwheels)" - "Solitude (Interior)", col suo alternarsi tra atmosfere acustiche e muri di suono, dolcezza ed improvvise accelerazioni che conducono ad un saliscendi emotivo davvero incredibile, è una cosa che vale intere discografie. La voce di Kavijan si conferma una delle più particolari ed emozionanti sulla piazza, e marchia a fuoco 10 canzoni (11 nella deluxe edition) che sono forse meno immediate al primo impatto rispetto al passato, ma che crescono in maniera costante e inesorabile ad ogni ascolto, disegnando i contorni di quello che si configura come un grande classico, un disco con cui dovremo tutti fare i conti alla fine dell’anno e negli anni a venire. (Mauro Catena)

(Prophecy Productions - 2017)
Voto: 85

https://1476.bandcamp.com/album/our-season-draws-near

lunedì 8 maggio 2017

Decemberance - Conceiving Hell

#PER CHI AMA: Death/Doom, Morbid Angel, My Dying Bride
I greci Decemberance ci propongono la loro maratona musicale, non tanto per rievocare l'evento epico della corsa di Filippide, che dalla città di Maratona andò all'Acropoli di Atene per annunciare la vittoria sui persiani, più che altro perché i quattro pezzi qui contenuti, costituiscono una lunga prova di sopravvivenza di ben 74 minuti dediti ad un death doom psicotico. Ci hanno impiegato otto anni i nostri per rilasciare un nuovo album dopo che il debut 'Inside' era uscito addirittura 12 anni dopo la loro fondazione. Gente riflessiva mi viene da dire, ma veniamo ad analizzare un disco tra i più difficili che mi sia capitato di ascoltare nell'ultimo periodo. Dicevamo che 'Conceiving Hell' include quattro song, tutte che si aggirano sull'estenuante durata di 18 minuti. Si parte con il robustissimo techno death di "The Scepter", che mi lascia un attimo perplesso di fronte alla proposta della compagine greca: dopo qualche minuto di tortuosi giri di chitarra, ecco che i nostri fanno in modo che chi li ascolta sia inghiottito dalle fauci delle bestia, con un sound catacombale. Là dove la luce non è contemplata, il vocalist sussurra qualcosa nelle vostre orecchie, forse che non vi è alcuna speranza di uscire vivi dalle viscere infauste del mostro. Invece, inaspettatamente ecco apparire dei riffoni death e delle growling vocals che hanno il merito di cavarci fuori da quell'impasse spaventosa. Il sound è complesso, lo devo ammettere, perché questo gioco di luci e ombre si ripropone più e più volte nel corso della song, che trova la sua summa nella presenza del violoncello di Ioanna Bitsakaki che per un attimo smorza l'incedere distorto di una band che nel finale mi ha richiamato 'Gothic' se non addirittura 'Lost Paradise' dei Paradise Lost. I primi venti minuti se ne sono andati ma che faticaccia: parte la chitarra acustica di "Departures" accompagnata dalla struggente melodia del violoncello, poesia per le mie orecchie, un po' meno quando il robustissimo riffing del quartetto ateniese fa in modo che cali improvvisamente una notte senza stelle in una splendida giornata di sole. Il sound è totalmente rallentato, gli echi degli Anathema di 'Serenades' emergono forti, cosi come le influenze di primissima scuola My Dying Bride. Il trittico del doom per eccellenza l'abbiamo rievocato in toto, per descrivere un lavoro che se fosse uscito nei primi anni '90 avrebbe sicuramente rappresentato un must per tutti coloro che seguono il genere. Nel 2017, i quattro ragazzi dell'Attica hanno dovuto applicare qualche variazione al tema per suonare credibili, ed ecco spiegato perché accanto alle drammatiche e decadenti atmosfere imbastite dalle meravigliose corde del violoncello (suggestivo il break a metà brano), sia anche altrettanto facile trovare dei riff che con il genere hanno ben poco a che fare e sembra piuttosto di trovarsi di fronte i Morbid Angel. Ecco, i Decemberance potrebbero essere etichettati come un insolito ibrido tra l'Angelo Morboso e La Mia Sposa Morente, facile no da intuire a questo punto il sound granitico dei nostri? Non ancora direi perché accanto al rifferama death old school potrete trovarci anche elucubrazioni ambient, intermezzi schizofrenici o lunghe intriganti fughe di musica prog ("The Blind Will Lead the Way"), ma poi sarà sempre la bestia ad avere l'ultima parola, sfoderando suoni dissonanti, psicotici a tratti orrorifici, in linea con le liriche malsane della band. Se ancora non l'avete capito, 'Conceiving Hell' non è assolutamente un album facile a cui accostarsi, bisogna avere la mente sgombra di pensieri e senza paura si affronti l'elevata possibilità di terminarne l'ascolto frastornati, disorientati o forse totalmente pazzi. Di sicuro il suono del mare della conclusiva "Sailing..." mi ha aiutato a riprendermi dall'ascolto di un album controverso e mastodontico, che potrebbe fare la gioia degli amanti del death più ostico ma anche di coloro che apprezzano il doom più romantico, o forse nessuno di questi. Bel rischio si sono presi i Decemberance, a voi l'ultima parola... (Francesco Scarci)

Sepulchral Curse - At the Onset of Extinction

#FOR FANS OF: Death/Black
This short four-track EP by a burgeoning Finnish blackened death metal band shows a well-rounded songwriting approach and a great handle at conjuring imagery through its lyrics. For a band so wet behind the ears, it's great to hear such focused sound that fits its theme like a glove. Sepulchral Curse isn't exactly reinventing the wheel here but the band is offering some satisfying and unique sounding death metal with a couple of black metal accouterments.

Right out the gate in “Envisioned in Scars” the mix of Gothenburg and black metal harmonies joins the cavernous calls of a throaty guttural to create an impactful ensemble that reaches beyond what's expected in your average blackened death metal. The imaginative lyrics and moments of unusually bouncing drum beats keep the song's cycling fresh and aids the rising intensity of the winding guitars. At times this EP sounds like it's channeling the likes of In Flames for direction as a riff like the rising “In Purifying Essence” uplifts an opening that ranged from metalcore moments reminiscent of Shadows Fall and As I Lay Dying tapping into thrashier roots to cavernous neck-breaking riffs similar to Dismember. The biggest drawback to 'At the Onset of Extinction' is too much blending at times in the guitars, making it difficult to fully appreciate them behind the prominent drumming and overpowering vocals. Even with that small problem, the drums are easily audible and their rapidly changing time signatures keep a firm grounding to the winding riffs, like when “Gospel of Bones” wails above moments of oldschool death metal churning to the frantic pace expected from black metal's urgency. The lyrics to the final song, “Disrupting Lights of Extinction” make mentions of a certain Countess that we all know and love in as much of a wink to the audience as a display of remorseless horror to be inflicted upon a hapless foe. The band is good and self-aware as well as unusually adept at drawing the listener into its intense theme without losing focus on a solo or throwing a change-up that takes you out of the moment.

In all, Sepulchral Curse has a good handle on songwriting, creating some unique guitar moments that stand out with their Swedish death metal segments. The drumming is top notch and the vocals fit the theme of this EP precisely. The band could tighten up some of its more drawn out openings that tend to repeat a few times too many and definitely needs better recording equipment, but that doesn't take away from the quality effort that has been shown in this release. (Five_Nails)

domenica 7 maggio 2017

A|symmetry - Fragility

#PER CHI AMA: Power/Prog
Da Belgrado, Serbia, gli A|symmetry ci presentano il loro primo full length, intitolato 'Fragility', una storia che narra del destino di un uomo proveniente da Aralsk, la cui vita è condivisa col futuro del lago Aral. Veniamo introdotti nell’album dalla prima parte della title-track, che si presenta con un intro oscuro scandito da un organo: poco dopo fanno il loro ingresso le distorsioni di Zoran Perin e il mid-tempo della batteria. Aggiungiamoci delle corpose sezioni di pad, tempi dispari e cambi di dinamiche davvero ben congegnati e otteniamo un piccolo “sunto” del lavoro che gli A|symmetry svolgono in modo impeccabile. Il songwriting del disco porta la mano del tastierista Petar Milutinović e questo è intuibile anche dall'abbondanza di tastiere e synth all'interno dei brani, sempre estremamente studiate e ricercate, senza mai cadere nella banalità. Esempio lampante potrebbe essere il pezzo “A Cogwheel” che presenta un bellissimo assolo di synth a sovrastare la potenza sonora del brano. La terza traccia, “Memories From The Old Country”, può richiamare alla mente gli Amorphis di 'Eclipse' e il fatto che azzardi un paragone con una band di tale calibro, non è veramente cosa da poco: si tratta di un pezzo solido, importante (è anche il più lungo del lotto con i suoi nove minuti) e presenta le caratteristiche migliori dell’ensemble balcanico. Un progressive metal veramente ben strutturato, ricco di tecnicismi, variazioni sul tema e tempistiche dotate di una pregevole dinamicità. Un plauso va fatto anche al vocalist Aleksandar Stojković, che dimostra tutta la sua preparazione tecnica con i numerosi e repentini cambi di registro, fino ad arrivare all'improvvisazione vocale sul finale, che porta a ricordare sperimentazioni di altri mostri sacri della musica come i Pink Floyd (seppure in modo minore e in un contesto decisamente diverso). Il disco prosegue su questa falsariga, alternando momenti di quiete a sezioni decisamente più aggressive e potenti, mantenendo l’impianto prog/power già citato, esprimendo al massimo tutte le capacità di questi musicisti, senza scadere nella noia o nella piattezza del puro tecnicismo. Altri pezzi da segnalare sono “The Grand Turmoil”, il quale abbonda di maestosi fraseggi in alternanza piano-chitarra, e la potente “Towards Utopia”, che si muove tra bassi distorti e growling vocals. A chiudere questo gioiellino sfornato dal quintetto serbo, troviamo la seconda parte della title-track “Fragility”, che non delude assolutamente le aspettative. Posso dire di essere rimasto veramente colpito da questo debut album degli A|symmetry, ben concepito e suonato nel migliore dei modi: ascolto estremamente consigliato! (Emanuele 'Norum' Marchesoni)

(Self - 2016)
Voto: 85

venerdì 5 maggio 2017

Scritikall - Draft

#PER CHI AMA: Thrash/Death, Meshuggah, primi Orphaned Land
Francia, Francia, sempre più Francia: il paese dei nostri cugini sta confermando da parecchio tempo di avere un panorama musicale davvero invidiabile con band assai buone in un po' tutti gli ambiti musicali, e con uscite peraltro sempre più frequenti. Il fermento è elevatissimo, la creatività ai massimi livelli. Gli ultimi arrivati sono questi Scritikall, una band non proprio di facile collocazione per quanto proposto. 'Draft' dovrebbe essere il loro primo album, anche se non ho trovato molti riscontri a tal proposito. Il genere musicale? Non saprei, sebbene sul flyer informativo si parli di Arch Enemy, Melechesh, Breed Machine e The Arrs, quali band di riferimento. Sono ancora in stato confusionario perché la opening track dell'album, "Yelling", non mi aiuta particolarmente nel delineare la proposta del quartetto francese. Posso dire che il sound è affidato ad un compatto mid-tempo di matrice thrash death, con un vocalist che si muove tra un growling di facile comprensione ed un cantato più sporco, le linee di chitarra offrono partiture deraglianti pur muovendosi su riff cadenzati, però mai troppo convenzionali. Il che è confermato anche dai tempi asincroni della successiva "Endorphin", che rivela un approccio che strizza sicuramente l'occhiolino ai Meshuggah, ma che poi appare sporcato da qualche ulteriore influenza che esce dal seminato tipicamente Swedish death, sebbene la stralunatezza della seconda traccia sembra maggiormente evocare la musica dei godz svedesi. Diciamo però che nulla appare scontato in questo disco e con la terza "Still Intact", le cose si fanno ancora più complicate, con il sound che diviene più oscuro pur viaggiando sui binari di un death ultra ritmato, ma su cui poi compaiono dei chorus orientaleggianti che evocano i primi Orphaned Land, giusto per sparigliare le carte in tavolo. E più si va avanti, maggiormente le cose si fanno complicate, perché "Disturbs and Manhandles", pur proseguendo su questo concept ritmico, ha da offrire voci pulite, break improvvisi, linee di chitarra marziali, quintalate di groove e melodie catchy. Un intermezzo acustico ed è la volta dell'ultima song, la title track "Draft", gli ultimi nove minuti di sound mitragliato in stile Scritikall, una band che non disdegna i blast beat pur andando a marce basse, una band che ha il solo difetto di affidarsi a pattern ritmici ancora troppo scolastici. Sarebbe necessario infatti andar fuori dal seminato per delineare un sound che ha tutte le carte in regola per acquisire una sua propria fisionomia, ma a quanto pare dal vivo c'è da divertirsi, vista la presenza di VJ, effetti vari e tanta tanta energia. C'è da lavorare parecchio ma sicuramente siamo sulla strada buona. (Francesco Scarci)

Gli Altri – Prati, Ombre, Monoliti

#PER CHI AMA: Post-Hardcore/Screamo
A volte, oggi più che mai, diventa difficile riuscire a tenere dietro a tutte le uscite interessanti che costellano l’underground italiano e non. Capita quindi di perdersi qualche pezzo per strada, pure quando il pezzo in questione è una cosa che avevi visto e ti eri segnato per tempo. Arrivo quindi un po’ in ritardo a parlare di 'Prati, Ombre, Monoliti', secondo album dei liguri Gli Altri, di cui avevo particolarmente amato l’esordio 'Fondamenta, Strutture, Argini', che nel 2013 aveva scosso la mia personale percezione del panorama post-hardcore italiano con un punto di vista che univa l’esperienza di band fondamentali come Fluxus, Massimo Volume e Marnero, alternandole ad esplosioni di rumore incontrollato. Tre anni dopo qualcosa è cambiato nel suono de Gli Altri e questo nuovo lavoro, co-prodotto da un qualcosa come 38 (se non ho contato male) etichette indipendenti internazionali, fotografa una band straordinariamente affiatata e focalizzata verso un genere meglio codificato, quello screamo che potrebbe avere i Raein come punto di riferimento, ma che forse perde un briciolo di originalità. Ora la formazione si è allargata con l’ingresso di un violino che aggiunge nuove sfumature, e i testi si fanno dichiaratamente più politici e universali, declinando in “noi” e “voi” quello che nell’esordio era più intimo e personale. Dieci brani in meno di mezz’ora che sono un concentrato densissimo di suoni e parole, una musica che si fa furiosa e serrata senza per questo rinunciare a strutture complesse e articolate, tanto da richiamare più volte un paragone illustre con gli At The Drive In di 'Relationship of Command'. Non c’è tempo per riflettere qui dentro, nemmeno quando le parole lo richiederebbero ("Idomeni", "Oltre la Collina", "Nuovo e Diverso da Te"); si viene investiti da un’onda che toglie il fiato e ti prende a schiaffi, costringendoti a guardare in faccia un mondo da cui distogliamo troppo spesso gli occhi. Doloroso e necessario. (Mauro Catena)

(Santavalvola Records/Taxi Driver Rec/DreaminGorilla Records & molti altri - 2016)
Voto: 75

https://glialtri.bandcamp.com/album/prati-ombre-monoliti

giovedì 4 maggio 2017

Kinit Her - The Blooming World

#PER CHI AMA: Avantgarde/Musica Medievale/Psichedelia/Ambient
Immaginate Angelo Branduardi, Enya e i Mumford & Son fatti di allucinogeni; ora, dategli in mano strumenti medievali, trattati di esoterismo ed una manciata di campioni elettronici, tritate il tutto per bene, e avrete i Kinit Her. Troy Schafer e Nathaniel Ritter sono le menti dietro questo progetto arcano e sperimentale, che unisce musica corale, folk, psichedelia e musica classica in un disco perfettamente prodotto ('The Blooming World' è addirittura il dodicesimo album per i Kinit Her, attivi ormai da oltre 7 anni!). Il songwriting è fortemente influenzato dalla scrittura medievale, condita da una forte volontà avanguardista: non aspettavi quindi ritmiche decise, né battute in quattro, né una forma canzone tradizionale. Chitarre acustiche e percussioni danno la struttura (“Learning Conveyed in Daylight”), ben supportate da string e da una per nulla artificiale elettronica sullo sfondo (“Blooming World”), che pure si concede episodi più ambient (“Opposition”). E poi voci, voci e voci; cori che decantano formule magiche e versi arcani; sussurri, intonazioni orientali, vocalizzi lontani, cantiche gregoriani, litanie inquietanti. Siamo di fronte ad un lavoro che è assolutamente fuori dal tempo e dallo spazio (i Kinit Her sono del Wisconsin, ma questo disco è internazionale — pesca a piene mani dalla tradizione musicale orientale e occidentale, passata e presente), un viaggio acustico e interstellare in un universo oscuro e inconoscibile. Per pochi. (Stefano Torregrossa)

(Self - 2016)
Voto: 65

https://kinither.bandcamp.com/

mercoledì 3 maggio 2017

Combat Astronomy – Symmetry Through Collapse

#PER CHI AMA: Jazz-core/Industrial/Noise/Ambient
Ogni nuovo lavoro della creatura di James Huggett è guardato da queste parti con grande attenzione e, vale la pena dirlo subito, anche questa volta l’attesa è stata pienamente ripagata da un’esperienza d’ascolto davvero intensa e appagante. A due anni e mezzo da quell’oscuro capolavoro che era 'Time Distort Nine', i Combat Astronomy tornano a riproporre il loro impossibile mix tra industrial, sludge, doom e free jazz, alzando ancora di più la posta in gioco. Accanto ad Huggett (basso, diavolerie elettroniche varie e produzione), e sempre più Deus Ex Machina del progetto, troviamo nuovamente gli straordinari Martin Archer (sax e tastiere) e Peter Fairclough (batteria), occasionalmente supportati dalla chitarra di Nick Robinson e dal violino di Wesley Ian Booth; questa volta a prendersi gran parte della ribalta è però Dalila Kayros, una ragazza sarda che i più attenti avranno già incrociato come voce dei post metallers Syk e soprattutto in quel gioiello di sperimentazione vocale che era 'Nuhk', esordio in solitaria datato 2013. Per chi non la conoscesse, Dalila ha una voce straordinaria, con una timbrica che ricorda da vicino quella di Björk, e che con il folletto islandese condivide la passione per la ricerca e l’esplorazione delle possibilità vocali, anche se il suo approccio è decisamente più trasversale e vicino a quello di altri grandi sperimentatori come Diamanda Galas, Mike Patton, Yoko Ono o Demetrio Stratos. Sono quindi le sue corde vocali a marchiare a fuoco queste sei lunghe composizioni, come sempre inafferrabili nel loro muoversi su più piani, scivolando da uno all’altro in maniera repentina quanto inaspettatamente organica. Quello che colpisce lungo l’arco di questi 56 minuti è la netta sensazione che questa sia una musica urgente e necessaria, che non lascia mai l’impressione di essere studiata a tavolino, nonostante sia allo stesso tempo evidente il grande lavoro preparatorio a cui tutti i musicisti si sono sicuramente dovuti sottoporre, soprattutto pensando che, come al solito, le tracce sono state registrate separatamente dai vari musicisti a migliaia di chilometri di distanza l'uno dall'altro. E questo è vero tanto nei brani più aggressivi e abrasivi (le iniziali "Iroke" e "Bhakta") quanto in quelli più riflessivi e dilatati, dove la componente sperimentale si fa più presente e spinta (la title track, "Collapsed" e "Kyber") e dove sembra di essere al cospetto di una versione contemporanea di 'Starsailor' di Tim Buckley, sospesi tra percussioni tribali, derive free jazz e sovrapposizioni vocali che sembrano uscire dalla penna di György Sándor Ligeti. Creatura al solito multiforme e imprendibile, i Combat Astronomy hanno realizzato un nuovo, preziosissimo tassello che impreziosisce il mosaico della musica sperimentale meno prevedibile e non per forza accademica, anzi più che mai viva e pulsante. Ascolto obbligato. (Mauro Catena)

Moldun - S/t

#PER CHI AMA: Death/Metalcore, At the Gates, Machine Head
Sebbene quest'album sia uscito nel maggio 2014, ci tenevo a sottoporre all'attenzione dei lettori del Pozzo dei Dannati il nome Moldun. Ai più non dirà assolutamente nulla, a qualche amante delle serie TV invece, non sarà sfuggito che la band islandese abbia fatto una brevissima comparsa nella prima fortunata serie di 'Fortitude', dove l'ensemble suonava in un pub una song, "This Time You Dig the Hole", strabordante di groove e rabbia, caratteristiche che hanno avuto l'effetto di catalizzare, nel concitato evolversi del film, la mia attenzione e spingermi a prendere contatti con la band islandese e saperne di più dei Moldun e di un side project di cui parleremo certamente in futuro. Nel frattempo godiamoci queste nove tracce dinamitarde che vi faranno amare il quintetto di Reykjavík e la loro verve artistica all'insegna di un death melodico sporcato di venature thrash/metalcore. Si apre con l'irruenza di "12.9.05", una data a quanto sembra tragica o comunque fonte di discordia per i nostri, che non so se si rifaccia all'arrivo dell'uragano Maria o quant'altro, fatto sta che la song dapprima feroce, lascia poi il posto ad un passo più ritmato e decisamente melodico, con i vocalizzi del frontman Haukur, graffianti più che mai e tributanti gli At the Gates. "A Doomed Night" continua la sua opera di devastazione (per lo meno) iniziale, per poi assestarsi su un death-mid tempo, mutare ancora pelle e lanciarsi in pericolose scorribande in territori estremi, e ancora offrire ubriacanti cambi di tempo e sul finale, addirittura acidi rallentamenti al limite del doom. Della terza traccia vi ho già parlato in apertura: vi basti ricordare la splendida melodia che traina il pezzo e il pattern ritmico davvero catchy, che strizza l'occhiolino al periodo più violento (ed ispirato) degli In Flames. Ottimi i cambi di tempo a metà brano cosi come le caustiche vocals del cantante in una song carica di energia che mi spinge a volerne sempre di più. E i Moldun mi accontentano con un pezzo un po' più classico nel suo approccio, "Vermin", traccia che sottolinea l'apparato ritmico dei nostri, qui a richiamare anche i Machine Head per robustezza e poi nei suoi continui repentini cambi di tempo, ad evocarmi altri mostri sacri del thrash metal, gli Over Kill. I Moldun sanno muoversi con disinvoltura anche su pezzi più rallentati: è il caso di "Of Pigs", song che inizia piano e che ovviamente trova modo di sfogarsi attraverso accelerazioni, rallentamenti, stop & go funambolici ed appesantimenti del sound. Eccolo il segreto dei Moldun, cambiare costantemente approccio, essere mutevoli e di conseguenza vari, pur non impressionando poi per l'utilizzo di inutili orpelli tecnici o di melodie più ruffiane. Il quintetto della capitale nordica picchia duro, inutile girarci attorno, ma lo fa con sapienza e con l'intelligenza di un mestierante di lunga esperienza. E dire che quest'album è solamente il loro album d'esordio, sebbene alcuni suoi membri vantino pregresse esperienze musicali. Ci si continua a divertire anche con l'esuberanza claustrofobica di ''Goodbye & Godspeed'' che vede il cantante sperimentare nuove forme vocali o con la feralità di "Dead Hope", una song che palesa una sezione ritmica affilata come rasoi, in quella che è la vera cavalcata dell'album, con chitarre sparate alla velocità della luce. Un drumming militaresco apre "Homesick", brano che mostra delle belle e melodiche (a tratti) linee di chitarra, con un finale decisamente ipnotico e sperimentale rispetto alle precedenti tracce. Sebbene giunti al finale, posso constatare che i nostri, ancora belli freschi, persistono a picchiare come degli assatanati, scagliandosi su chi ascolta con la veemenza dell'ultima "Morbid Love". Che altro dire, se non auspicare l'uscita di un nuovo lavoro a breve ed invogliarvi intanto nell'ascolto di questo mastodontico album di debutto dei Moldun. Ottima prova di violenza, non c'è alcun dubbio. (Francesco Scarci)

(Copro Records - 2014)
Voto: 80

https://moldunband.bandcamp.com/releases

martedì 2 maggio 2017

Hateful Desolation - Withering in Dust

#PER CHI AMA: Depressive Black
Void e Gray Ravenmoon sono due loschi figuri: l'uno è un polistrumentista egiziano che milita in altre band dell'underground più profondo, il secondo invece è un giovane vocalist italiano. Si sono trovati nel 2014 e hanno generato, col nome di Hateful Desolation, questa release di tre pezzi di un interessante depressive black. Ventitré minuti (ma dovrei dire 14, visto che la terza song non è altro che la prima "Your Memory Will Never Fade" riproposta in versione strumentale) di sonorità deprimenti che mi abbracciano con la loro calda forza costituita da magiche sonorità black mid-tempo, complici le azzeccatissime atmosfere che si respirano lungo i suoi nove minuti, tracciate da evocative melodie, da sinistri slanci chitarristici e da demoniache vocals che ben si collocano sul tappeto tastieristico costruito dal duo italo/egiziano. Peccato solo che la song sia troncata malamente nel finale e si rilanci in un black più convenzionale nella successiva "Withering Away in Solitude", song dal piglio più maligno ma che comunque mantiene intatto il mood oscuro dell'ensemble. Da rivedere sicuramente l'apparato ritmico, con un vero batterista la band ne beneficerebbe certamente. E da curare anche la produzione dell'album cosi come gli imbarazzanti stacchi tra una canzone e la successiva. Le carte in regola per fare bene ci sarebbero anche, e con una maggiore applicazione, gli Hateful Desolation potrebbero farsi notare a più alti livelli, speriamo solo non si fermino a questo breve EP. Ah dimenticavo, un ultimo suggerimento: lasciate perdere le versioni strumentali delle tracce, sembrano dei semplici tappabuchi. (Francesco Scarci)

lunedì 1 maggio 2017

CRNKSHFT - S/t

#FOR FANS OF: Heavy/Hard Rock/Post-Grunge, Alice in Chains, Pantera
I’ve to admit that my first impression of CRNKSHFT wasn’t the best. Not only because of the no-vowels all-caps stupid-looking monicker, my inability to guess the correct pronunciation (“Crankshift”? “Crunkshift”?), or the album cover, which reminds me too much of something that Five Finger Death Punch would come up with, but also the fact that they mention groups like Shinedown, Godsmack, and other butt rock bands I totally despise as influences. But some people say you don’t have to judge a book by its cover, or a band by the way they chose to present themselves, and CRNKSHFT manage to overcome my prejudices, most of them created and developed by years of liking to talk a lot about things I don’t like, with their debut EP. Not sounding that much like the aforementioned bands, or at least not in the way I use to remember them, this Canadian group delivers four songs of good “modern” hard rock, with heavy guitars and catchy choruses. Instrumentally, they sometimes remind me of the rockier Metallica, and the vocals sound in-between Alice In Chains and the typical post-grunge “clean growls”. Without being mindblowing in any shape of form, I never wanted to skip any of this songs while I was listening to them, which is a lot more than what I can say about any fucking Puddle of Mudd song. If I had to pick a favorite, “Breaking The Silence” would’ve been played to death at Mtv, and the catchyness of “Tears Me Apart” is really hard to miss. The mixing and production are great, very professional without sounding overproduced. There are some things to improve, obviously: CRNKSHFT don’t seem very interested in taking many risks, with the songs being a little samey-sounding in repeated listens. And sometimes they come as a little over-dramatic, although their subtly socially conscious lyrics makes it a little more palatable than with other bands of the same style. Overall, CRNKSHFT’s self-titled debut EP is a pleasant surprise. I’d recommend it to anybody who likes any of the aforementioned bands. And if you don’t like them, you can listen to it and rock some tunes without any guilt. (Martín Álvarez Cirillo)

(Self - 2017)
Score: 70

https://soundcloud.com/crnkshft

Mindful of Pripyat/Stench of Profit - New Doomsday Orchestration

#FOR FANS OF: Death/Grind
'New Doomsday Orchestration' showcases two disgusting deathgrind bands whose sounds crash right into you from the first second and refuse to relent through their mind-melting onslaughts of blast beats. Where Mindful of Pripyat has a solid enough approach and balances between grinding and letting the guitar ring out its slight death metal moments, Stench of Profit plays frenetic grindcore closer to the noise side of the spectrum.

This split is a demonstration of why grindcore, despite all its chaotic energy and frantic forms, is not the heaviest of metals in the long run. Though this noisy and blatantly in-your-face music can be some of the fastest in notation and quickest to change pace, its tendency towards structural atonality and constantly ambiguous formlessness in theme lays waste without attempting to pick up any pieces. In Mindful of Pripyat, the general push is to grind down a death metal riff as mercilessly as possible. Stench of Profit attempts to be as offensive an affront to your sensibilities, their tongue-in-cheek self-deprecating description as “ignorant music for smart people” is only halfway correct.

The crazed hammering throughout these songs will eventually decay your patience for this toxic noise. Despite a longer half-life than the band following it, Mindful of Pripyat reminds me of the limitations of extreme grindcore music while at the same time conjures in me a feeling that is all too familiar with writing. Each song is a start. As has been said by smarter people than me, 'beginning is easy and continuing is hard'. Mindful of Pripyat plays one-minute starts to songs with barely ripe riffing ideas intermixed with the same raucous blazing blasts that have been done to death by the likes of Skinless, who has not changed form, and Carcass, that has pupated and exploded from its cocoon of grind to become a fantastic death metal example. Like too many of my own scribblings that will probably never get their own physical forms, Mindful of Pripyat's meager manifestations are a pile of underdeveloped blast-laden mush that has little form and even less direction. I wanted to go through this album because of the fact that I don't listen to enough grindcore. Though that makes me no authority on how to review grindcore, despite my attempt to explore a bit more with this album, it gets to the point that a series of atonal one-minute blasts and ridiculous attempts at feeble structures becomes not metal, but a dysfunctional mesh of worthlessness knitted together thematically only at the end by the sound of a Geiger counter clicking away as though it had something to do with disappointing deluge preceding it. This is no album. It's a page of notes that needs some serious editing, discipline, and time to coalesce into something worthy of the moniker of metal.

Stench of Profit is a bit more measured in its approach despite playing songs that are far shorter than Mindful of Pripyat. Reveling in its migraine-inducing madness, this band's relentless surge starts with slower blasts through seventeen psychotic songs, each faster than the one before. The album rises to a height of intensity, stripping the listener of his sanity through formless frenzied flurries. Even though it's easily noticeable where one song ends and another begins, songs like “Calve Fast”, “Divine Education”, and “The Dance of Deceit”, all clocking in at exactly eighteen seconds long, are the same thing over and over. “No Sense” is the shortest song on this half of the album and is just two blast beats separated by a slight tempo change with two screams behind it. Then again, that's really all that every song is here. There's always one change in each song as relentlessness is met with more of the same relentlessness. This isn't “ignorant music for smart people.” It's ignorant music for morons who are so ignorant that they think they're smart.

As radioactive as the decaying abandoned town of its Chernobyl-infected namesake, Mindful of Pripyat's music is a toxic punishment diminishing slightly slower compared to what Stench of Profit has to offer. The attempt at mindless fun in these two grind albums makes for a combination that shows just how much punishment a dead horse can receive from its petulant abusers. At least it's silent between some of these songs, those moments are the best that this split has to offer. I'm done trying to be nice and open-minded about it. This album is obnoxious crap. (Five_Nails)