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giovedì 16 giugno 2016

John Holland Experience - S/t

#PER CHI AMA: Psych Blues Rock
I John Holland Experience (JHE) sono un power trio nato nel 2013 nella provincia di Cuneo che si è subito concentrato sulla produttività: nel 2014 lanciano il primo Demo EP mentre a marzo di quest'anno arriva questo self title di debutto. Un album fortemente spinto a livello di produzione, co-prodotto da una lista interminabile di labels, tra qui Tadca Records, Electric Valley Rec, Taxi Driver, Scatti Vorticosi, Dreamingorilla Rec, Brigante Records, Longrail Records, Edison Box, Omoallumato Distro e altro ancora. Il digipack è stilisticamente ben fatto, la grafica in particolare richiama gli anni '70 grazie ad una invasatissima fanciulla che in ginocchio, ai piedi di una landa desolata, innalza le braccia al cielo, laddove si staglia il logo della band. I JHE sono anagraficamente giovani, ma sono stati tirati su a buon vino e blues rock, a cui hanno aggiunto influenze garage e qualche goccia di beat. I testi sono in italiano e se in prima battuta potrebbe sembrare una scelta assennata a discapito dell'audience, dimostra invece di essere vincente, con i testi azzeccati che accompagnano perfettamente il sound dei nostri. Inutile parlare di impegno sociale o abusivismo edilizio mentre la musica in sottofondo diventa sempre più festaiola. Vedi la donzella che ci fa girare la testa in "Festa Pesta", una sorta di serenata in salsa hard blues che ha lo scopo di lusingare la tipa di turno mentre i riff classici e ben suonati, si snodano sopra e sotto le ritmiche incalzanti. "Elicottero" è un ottimo crescendo, dove il trio si sfoga al massimo, aumentando il tiro e la velocità mentre si decanta l'infanzia sognante che si trova a far i conti con la dura realtà della vita. Il rallentamento a metà brano ci dà qualche secondo di respiro, giusto per lanciarci di nuovo nel vortice hard rock organizzato ad hoc dalla band. Menzione d'onore va infine a "Tieni Botta", un classic blues che vede la collaborazione di un vocalist dalla voce più calda che mi sia capitato di sentire negli ultimi anni. Se i JHE hanno l'energia e il sacro fuoco del rock 'n'roll dalla loro, l'ospite ci delizia con la sua timbrica suadente e graffiante, affinata a suon di wiskey e sigarette, consumati nei peggiori bar di New Orleans. Pochi minuti di blues scatenato che si tramutano in uno stacco quasi psichedelico, lento e abbellito da un assolo hendrixiano. Un album ben fatto, suonato altrettanto bene, che merita di essere ascoltato (la release è scaricabile peraltro gratuitamente su Bandcamp), soprattutto perchè ci suone buone possibilità che la band prenda la giusta via e tornino presto a far parlare di sè su queste stesse pagine. Nel frattempo i JHE sono in tour per l'Italia: io vi consiglio di andarveli a vedere. Io l'ho già fatto ed è stata una gran scarica di energia. (Michele Montanari)

(Tadca Rec, Brigante Rec, Electric Valley Rec, Dreamin Gorilla Rec, Scatti Vorticosi Rec, Edison Box, Longrail Rec, Omoallumato Distro, Taxi Driver Rec - 2016)
Voto: 75

https://johnhollandexperience.bandcamp.com/album/john-holland-experience

Coroner - Grin

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrash Progressive
'Grin', ovvero come prendere una pistola, puntarla alla tempia del thrash metal più tradizionale e premere il grilletto, facendo si che da questo momento in poi, i canoni stessi di questo genere non siano mai più quelli di prima, proprio perchè con questo platter, l’asticella stilistica è stata spostata in avanti (e di molto), rispetto alla data di pubblicazione di quest'album (era il lontano 1993). 'Grin' fu l’album testamento degli sperimental-thrashers svizzeri Coroner. La band ha sempre avuto la formazione di un power trio ( Ron Royce, voce e basso; Tommy T. Baron, chitarra; Marquis Marky, batteria). Una caratteristica che ha sempre differenziato i Coroner rispetto ad altre bands thrash di fine anni ’80, inizio anni ’90 (i nostri sono stati discograficamente attivi dal 1987 al 1993, riformatisi nel 2010), sta nel fatto che essi abbiano sempre cercato una via più ricercata e cerebrale al thrash, sostituendo e affiancando alle classiche sfuriate veloci tipiche del genere, passaggi più cadenzati e ricercati, dove spesso, sopra la granitica base ritmica, si stagliavano assoli di chitarra finemente cesellati dal genio di Tommy T. Baron. Questa vena tecnica sperimentale del combo elvetico si è andata accentuando, disco dopo disco, (i primi quattro album sono: 'RIP', 'Punishment for Decadence, 'No More Color' e 'Mental Vortex', per chi volesse approfondire), ma è senza dubbio con 'Grin' che lo sperimentalismo di cui sopra, raggiunge il suo apice compositivo. A mio avviso l’album è fantastico ed andrebbe goduto nella sua interezza per poter essere apprezzato in tutte le sue sfumature, ma una menzione particolare meritano le tracce "Caveat (to the Coming)" e "Paralyzed/Mesmerized". Nella prima traccia i nostri ci sorprendono decisamente, stagliando sul muro basso/batteria un giro di chitarra acustica che si alterna perfettamente ai passaggi elettrici più aggressivi; in "Paralyzed/Mesmerized" addirittura, assistiamo all’inserimento di alcune brevissime parti synth, mentre la traccia precedente, la geniale "Theme for Silence" è un breve intro di rumori ambient naturali, una soluzione spiazzante che sino a quel momento non era mai stata neanche lontanamente pensata in ambito thrash metal. Una band non per tutti, ma solo per metallers che siano “open minded”, un act che ha scelto di percorrere sempre la strada meno battuta, avendo il coraggio di imporre la propria personalità e partorendo, prima di congedarsi dai propri fan, un autentico gioiello che si chiama 'Grin'. Semplicemente spettacolare. Ora li attendiamo al varco con un nuovo album. (Sam)

(Noise Records - 1993)
Voto: 85

https://www.facebook.com/pages/Coroner

martedì 14 giugno 2016

Dark Plague – Perverse Devotion & When the Last Christians Die


#PER CHI AMA: Black, Horde, Pest, Blut Aus Nord
Con il nuovo album della compagine transalpina, 'When the Last Christians Die', ci prendiamo il vanto di aprire una retrospettiva sulle due release dei tre artisti d'oltralpe, prendendo in causa anche il precedente cd del 2014, dal titolo 'Perverse Devotion', usciti entrambi sotto le ali della label coreana Fallen Angels Productions. Analizzando i due lavori, realizzati a distanza di un paio d'anni l'uno dall'altro, si denota subito il cambio di direzione stilistico del nuovo album, dal titolo ideologicamente inossidabile e senza compromessi nella lotta anticristiana. 'When the Last Christians Die' mostra fin dall'inizio che la gran parte dei brani è stata prodotta con un sound più secco e artificioso, meno ostico che in passato ma che per arrivare alle vette altissime della title track del debut cd, bisogna attendere l'arrivo di "Veil of Veneration", quarta song che comunque non soddisfa appieno quelli che hanno potuto apprezzare il lavoro precedente. Quest'ultimo album non è però da scartare anzi, è costruito bene e strutturalmente soffre e gode delle stesse belle e brutte cose dell'esordio. Manca fondamentalmente della stessa vena glamour/diabolica, perversamente abusata in passato e ora tramutata in militanza rigorosa e rispetto del genere. La musica riesce comunque a mantenere un fresco slancio creativo, anche se la scrittura dei brani non è cambiata poi di molto a livello compositivo ovvero, ritmiche secche, propensione ai mid-tempo, stacchi intelligenti ed omogenei, quindi non possiamo che innalzarlo ed acclamarlo come un disco ben riuscito. L'unica vera nota dolente a mio giudizio, è quella di aver voluto ripulire, anche se solo in maniera parziale, il sound originario della band. Infatti, l'impronta sonora è molto definita e professionale (un po' come l'evoluzione avvenuta nei mitici Pest degli ultimi anni), lontana anni luce da quella forma rudimentale, rumorosa, indefinita e fatta di barbara violenza che amalgamava, nella sua primitiva e radicale struttura sonora, lo spirito di una musica estremamente perversa e indomabile, libera di essere semplicemente contro e sotterranea. Lo stile dei Dark Plague non è mutato di molto se non nella tipologia del suono, ed alcuni brani del nuovo disco, come "Pure Fucking Hate" o "Sombre Invocation", risultano geniali per certi aspetti, assumendo un ruolo fondamentale  durante l'ascolto del cd, innalzandone notevolmente la qualità compositiva e facendo notare quanto, in 'When the Last Christians Die', tutto sia più focalizzato ed equilibrato. Anche se le parti violente ed estreme rimangono inalterate, il disco alla fine risulterà, passatemi il termine, più accessibile della precedente uscita. La produzione mette in risalto il nobile lavoro del bassista Infestus, cosa che nel primo disco, il suono zanzaroso e rude tendeva ad annullarne l'effetto. In entrambi i dischi vi è da segnalare l'ottima performance vocale di Daimon, demoniaco di nome e di fatto, che canta con uno screaming ossessivo, amplificato da alcuni effetti di matrice grindcore/brutal, decisamente centrati ed efficaci. Anche qui opto per l'uso più deciso e pesante dell'effettistica sulle parti di voce come avvenne in 'Perverse Devotion', che a tratti suonano veramente disturbanti anche se degno di nota in questo senso, è il bellissimo brano di chiusura del nuovo cd, "Dèliquescence" (il migliore del disco), che apre nuove strade stilistiche per il combo francese, violente, melodiche ed ipnotiche. L'assenza di un batterista nel terzetto si nota per quell'impatto assai freddo e gelido a livello ritmico che passa fortunatamente in secondo piano nascosto dall'ottimo lavoro alle chitarre svolto da Lord of Misery, che macina riff esagerati e muri sonori da ogni parte, facendo apparire interessante e personale ogni piccola sfumatura musicale, con caratteristiche tecniche da ricercare a metà strada tra i Blut Aus Nord di 'Memoria Vetusta I' e i seminali lavori degli Horde. 'When the Last Christians Die' è un passo in avanti verso un sound rivolto al grande pubblico del black metal che conta, è una prova di forza superata con coraggio e senza paura di ripetersi o perdere coerenza, dal gruppo proveniente da Lille. 'Perverse Devotion', che include un capolavoro assordante qual è "Aries Castle", sarà ricordato come un diamante grezzo dell'underground black metal, quello per cultori, che tra i confini di Francia, trovano sempre nuovi talenti, terreno fertile e prosperità, confermato alla grande dalla nuova tetra veste dei Dark Plague. Evolvere per non morire è la parola d'ordine per sopravvivere. Da ascoltare entrambi in maniera molto concentrata, due buone uscite di cui la Fallen Angels Productions deve andarne fiera. (Bob Stoner)

(Fallen Angels Productions - 2014/2015)
Voto Perverse Devotion: 80
Voto When the Last Christians Die: 75

lunedì 13 giugno 2016

Balance Breach - Incarceration

#PER CHI AMA: Melo Death, Soilwork, Omnium Gatherum
Ascoltando l'opener dell'EP dei Balance Breach, nonché anche title track di questo 'Incarceration', ho avuto l'impressione di rivivere le stesse emozioni che provai all'ascolto di 'Quicksilver Clouds' dei Throes of Dawn, qualche anno fa. Chitarra dark corredata da un'avvolgente atmosfera e da vocals graffianti. Impatto a dir poco entusiasmante, peccato solo si esaurisca nell'arco di un paio di minuti e di quel death dark non rimangano altro che briciole affidate invece ad un rifferama sincopato, scuola Meshuggah. "Deprivation". Muro di chitarre, screamo, stop'n go e voilà, il melo death/metalcore del duo di Mikkeli è servito. Il sound dei Balance Breach non propone grosse novità in un ambito in cui non c'è, a dire il vero, più molto da dire e alla fine i nostri si limitano a un compitino ove abilmente l'act scandinavo raggiunge la sufficienza, tra melodie ammiccanti, dark vocals pulite ("Useless Prey"), scale ritmiche inserite in un ipnotico contesto tutto da sviluppare ("Cast Aside") e linee di chitarra che qua e là richiamano a random, Soilwork e Omnium Gatherum, andando poi a braccetto con atmosferiche keys, come in "The Essence of Joy", dove vorrei segnalare un pout pourri di vocalizzi (mi sembra di aver contato addirittura quattro timbriche differenti). Insomma il più classico caso "ci sono enormi potenzialità, ma non vengono sfruttate a pieno". Diamoci dentro ragazzi! (Francesco Scarci)

Wastage - Slave to the System

#FOR FANS OF: Thrashcore/Metalcore, Machine Head, Biohazard
One of the longest-running acts in the Slovak underground, Thrashcore/Hardcore group Wastage are just barely now getting to their full-length debut and it’s quite an enjoyable mesh of their styles. Taking the stuttering rhythms and rather heavy propensity for breakdowns that fuel most Hardcore bands with a more rousing Thrash Metal aesthetic when it comes to the straightforward rhythms and paces which is certainly an enticing enough mixture on paper. Offering a mostly mid-tempo chugging charge with an occasional faster charge alongside those other harder-hitting breakdowns featured together here keeps the material nicely enjoyable despite the fact that way too much of the album comes off as rather one-dimensional with the majority played way too much in a straight way. There’s little deviation to be found here and it really seems a little sluggish in the mid-section where it blends together throughout here. In the finale it gets a little better with some stronger tracks but the middle is where it holds this down somewhat. There’s some pretty enjoyable work here. Intro ‘Away From The Darkness’ immediately blasts through a thumping series of mid-tempo hardcore-styled rhythms and tight patterns holding the stilted rhythms along through the stellar series of thumping and pounding drumming as the chugging breakdowns continue on through the charging final half for a fine opener. The title track offers a rumbling bass-line and a thumping series of tightly-wound and charging churning riffing into a steady, breakdown-laden patterns leading into the brief solo section and on into the final half for a solid and enjoyable effort. ‘Game’ features throbbing rhythms and clanking patterns that stuttering along through a plodding, low-key pace with tight patterns swirling along throughout the thumping series of patterns leading along into the plodding finale for an overall disappointing and disposable effort. ‘No Way Out’ utilizes immediate thumping rhythms and hard-hitting patterns thumping along to the charging and hard-hitting pounding breakdowns along throughout the thrashing rhythms charging along to the twisting rhythms found throughout the final half for a solid enough effort. ‘Ham-let’ features swirling thrash rhythms and chugging mid-tempo paces with plenty of thumping breakdowns holding the tight, straightforward chugging patterns in a steady pace with a steady solo section and breakdowns flowing into the finale for a much more enjoyable track. ‘You Can’t Stop’ uses thumping mid-tempo series of charging breakdowns with quicker thrashing patterns with the harder drumming keeping the stylish, stuttering chugging riff-work bringing the blasting rhythms along through the final half for a solid, enjoyable highlight. ‘Right Now’ takes harder thrashing rhythms with soaring leads and thumping drumming along through the steady, mid-tempo pace with the full-on stuttering riffing leading through the solo section and leading through the chugging finale for another rousing highlight. ‘I Walk Alone’ utilizes thumping mid-tempo grooves with plenty of charging riff-work through a hard-hitting series of chugging riffing that brings the stuttering paces along through the steady swirling breakdowns with the steady thumping patterns holding on through the final half for a solid enough effort. ‘Nobody’ features a series of hard-hitting thumping rhythms and steady breakdown-laden chugging that moves through a steady series of swirling thrashing riff-work and pounding drumming that continually moves through the strong patterns leading into the finale for another strong highlight. ‘Let Me Go’ takes immediate thrashing patterns and plenty of stylish swirling riffing with plenty of steady thrashing alongside the few minor breakdowns chugging along to the steady, straightforward thrashing patterns holding on through the solo section and on through the blistering final af for another strong effort. Lastly, album-closer ‘Confidence’ takes intense rattling thrashing riffing and pounding drumming through a steady, intense series of up-tempo charging patterns that whip along into a steady series of swirling patterns full of hard-hitting leads and coming along into the utterly blistering finale for the album’s best track to really end this on a high-note. It doesn’t have enough wrong overall to really hurt it much at all. (Don Anelli)

martedì 7 giugno 2016

Dö - Tuho

#PER CHI AMA: Death/Stoner/Doom, High on Fire
Distruzione: questo il significato di 'Tuho', album di debutto, sulla lunga distanza, dei finlandesi Dö, che abbiamo avuto modo di conoscere esattamente un anno fa, in occasione della recensione su queste stesse pagine, dell'EP 'Den'. I nostri tornano con un lavoro di sei pezzi che dischiude un death stoner doom assai peculiare. Le chitarre si presentano ai blocchi di partenza, costituiti dalla lunga "Born Under Black Wings", come un'arma di distruzione chimica, asfissianti e elefantiache a macinare un riffing corposo e decisamente sludge, su cui si muovono a proprio agio, i vocalizzi growl di Deaf Hank (chissà se nel suo nome c'è qualche riferimento all'Hank Moody di 'Californication'?). Piacevole la possente linea di basso e il fuzzing delle chitarre a metà brano, prima che si sprofondi nei meandri di un pericolante funeral doom. La seconda "Everblast II (The Aftermath)" è più easy listening, in quanto dotata di un maggior dinamismo sonoro, con il rifferama che qui scomoda mostri sacri come gli High on Fire e obbliga ad un ascolto a volumi massimi. Energia, groove, stoner, clean chorus, ispirazioni seventies, confluiscono in una traccia davvero ben equilibrata che trova anche il tempo di sbizzarrirsi con un discreto assolo guidato da un basso alla Black Sabbath. Una traccia strumentale, "Ex Oblivione" (anche se qualche vocalizzo in background si riesce a percepire), è quel che ci vuole per sanare gli animi inquieti in un trip di oltre sei minuti di psych doom, con un arrembante finale southern rock da brividi. La downtuned guitar di Big Dog impressiona in distorsione, profondità e pachidermia nella quarta "Kylmä", la song più melmosa di quelle contenute in questo primo lavoro dei Dö e quella che a mio avviso rende la proposta del terzetto di Helsinki più in linea alle produzioni del genere; tuttavia un devastante finale black/death mi scuote dal torpore in cui stavo cadendo. Che botta ragazzi e che bravi i Dö, nel momento giusto, a virare il proprio sound da quanto di più scontato ci fosse, con un'improvvisa scarica adrenergica. Un inedito intermezzo costituito da chitarra acustica e clean vocals (un po' stonate a dire il vero) e si giunge a "Forsaken Be Thy Name", la degna conclusione di 'Tuho': un pezzo di 12 minuti che chiama in causa, come già fatto anche in occasione del precedente lavoro, Cathedral, i già citati Black Sabbath e un che dei Celtic Frost più oscuri, per una song dai ritmi cadenzati e sulfurei che vanta a metà brano il drumming militaresco di Joe E. Deliverance a dettare la marcia prima che di venir affiancato dal basso del vocalist e dalla sei corde di Big Dog a cui lasciare l'incombenza di un finale pirotecnico e indiavolato, ciliegina sulla torta per questo primo Lp dei finlandesi Dö. (Francesco Scarci)

lunedì 6 giugno 2016

Pugni nei Reni - Bello ma i Primi Dischi erano Meglio

#PER CHI AMA: Alternative Blues Rock
Pugni nei Reni è il nome di un duo bergamasco, chitarre e cassa, che si presenta con un disco di debutto dal titolo 'Bello ma i Primi Dischi erano Meglio'. Le loro canzoni sono scritte in un inglese molto primitivo, pressoché privo di significato ma anche in un italiano alquanto stralunato. Con queste premesse sarebbe facile collocare il loro album nel filone del rock demenziale ma sarebbe riduttivo, assai riduttivo. Nei nove brani inclusi nel disco, si respira una costante ricerca del giusto riff di chitarra come in "Babbuzzi", il brano d'apertura, con la musica che non è mai secondaria al testo; la voce poi viene trattata quasi fosse uno strumento aggiuntivo, filtrata, raddoppiata, con frequente ricorso al falsetto, talvolta anche sguaiata. I Pugni nei Reni sanno maneggiare bene stili espressivi molto diversi tra loro: in “Risposte_di_circostanza alle_domande_esistenziali_di_Jane_Fonda”, l’uso della voce e i battiti di elettronica low-fi ci portano in quelle terre esplorate da Thom Yorke nei suoi dischi da solista, mentre nella veloce “Il_Rock_’n’_Roll” la struttura del brano rimanda ai più scafati Skiantos, senza ruffianeria, condividendone semmai lo spirito ribelle. Al primo posto nella mia personale classifica metto sicuramente “Morning_Brunch” il cui ritmo, sostenuto da una bella chitarra funky, si dilata piacevolmente per quasi sei minuti, diventando quasi un mantra dance. A livello di post-produzione ho trovato poco convincente l’inserimento di alcuni dialoghi estratti da pellicole cinematografiche, l’effetto può sorprendere al primo ascolto ma non agevola i successivi. Molto bello invece l’artwork del disco, incentrato su una grafica old style da IBM Personal Computer DOS. Nel complesso le canzoni hanno le potenzialità per una carica live coinvolgente, cosi dotate di un buon groove e ruvide al punto giusto. I ragazzi sono originali, loro malgrado.(Massimiliano Paganini)

sabato 4 giugno 2016

124C41+ - Mörs/Ërde

#PER CHI AMA: Post Rock/Blackgaze/Ambient
I CentoventiquattroCquarantunoPiù (124C41+) non sono una band come tutte le altre: lo si evince da un moniker che chiama in causa lo scrittore di fantascienza Hugo Gernsback e il suo 'Ralph 124C 41+', un omofono della frase inglese "one to foresee for one". Lo si capisce ancor di più dalle loro uscite discografiche, ridotte all'osso per contenuti. Dopo l'EP omonimo e minimalista dello scorso anno, ecco tornare la band di Terni con un nuovo EP di due pezzi e soli sei minuti di musica. 'Mörs/Ërde' è un'altra uscita all'insegna di un ambient/post rock catartico, ma potrei allargare lo spettro musicale dei nostri al noise, drone, shoegaze e mille altre sfaccettature. Impressiona tutto ciò perché "Mörs" è solo un pezzo di due minuti scarsi, fatto di sonorità intense, cupe e drammatiche in cui, sui tocchi di un malinconico pianoforte, appare il cantato in screaming (in italiano) di Eugenio e Marco dei Die Abete, sorretto da una ritmica distorta ma intimista. Angosciante il testo... "Il diavolo è nelle grida di chi vuol vederci rientrare a casa. Svelto, s'è fatta sera. D'ora in poi avremo per sempre dodic'anni e sugli specchi d'acqua torva imprimeremo i nostri volti. Svelto. S'è fatta sera". Nichilismo totale invece per la successiva "Ërde", che supera i quattro minuti, ma con un tensione emotiva che dilania a dir poco l'animo: la song, completamente strumentale, cresce piano di intensità in un'atmosfera che definirei quella plumbea londinese di novembre. Suggestioni, pensieri e riflessioni si avvicendano rapide nella mia testa rimescolate come un cocktail nello shaker, fino a quando la batteria rimane l'unico strumento pensante a dettare gli ultimi battiti del mio cuore. Poi, solo silenzio e buio infinito. (Francesco Scarci) 

(DreaminGorilla Records/Stay Home Records - 2016)
Voto: 75

Intervista con Skoll

Photo Credit: Dawid Krosnia
Seguite questo link per riscoprire la storia delle antiche culture europee, in compagnia di M (the bard), mastermind dei piemontesi Skoll:

Krigere Wolf - Sacrifice to Valaskjàlf

#PER CHI AMA: Black/Death, Emperor, Dissection, Gorgoroth
Ormai la scena è cosi satura di band che inizio a far acqua da tutte le parti e scopro soltanto oggi che i Krigere Wolf sono una realtà nostrana, catanesi per la precisione, questo 'Sacrifice to Valaskjàlf', (Valaskjalf è nella mitologia norrena, il palazzo ove si trova Odino) inviatomi dalla loro etichetta coreana, è il secondo album e addirittura un terzo, 'Infinite Cosmic Evocation', è già uscito un paio di mesi fa. Che dire, se non fare un mea culpa e parlarvi intanto di questo capitolo della discografia dell'act siciliano, in attesa di aver fra le mani il nuovo cd. Nove le tracce qui contenute indirizzate verso un graffiante black scandinavo stile anni '90. Se "Towards the Black Mass" affonda le proprie radici nell'infernale calderone dei Gorgoroth, in "Disciples of Sacred Fire" convivono, in pacifico equilibrio, thrash metal, death e un raggelante black d'annata, con glaciali linee di chitarra (soprattutto a livello solistico) che mi avrebbero fatto propendere per origini nordiche della band, se solo non avessi saputo la realtà dei fatti. Il sound si fa ancor più martellante con la title track e la successiva "Blood to the Wolves", due schegge d'odio impazzite in cui le chitarre, minacciose e schizofreniche, osano in termini di velocità e acuminatezza, non disdegnando fortunosamente a qualche accenno di melodia ed epicità, soprattutto nella seconda song, la mia preferita. I ritmi costantemente indiavolati, trovano nuovi orizzonti con "Impaled Slaves", ove la brezza norvegese (scuola Ancient ed Emperor) soffia paurosamente soprattutto nella seconda parte del brano, scomodando l'immortale 'In the Nightside Eclipse' a livello delle chitarre. Il suono del basso, il soffio del vento e una voce evocativa, guidano la breve "The End Has a Beginning". Poi è di nuovo l'affilato suono delle sei corde e il drumming a mo' di mitragliatrice, a imperversare incontrastati in "Vision of Death", dilaniando le carni e maciullando le ossa con uno stile vicino al black/death svedese di Unanimated e primi Dissection. L'outro finale è spaventoso: grida di donne messe al rogo, con in sottofondo delle eteree tastiere per un contrasto davvero diabolico. Ultima chicca: il mastering è affidato a Magnus Andersson dei Marduk, a testimoniare la ferocia inaudita dei Krigere Wolf. Non credo vi serva altro per avvicinarvi alla belligerante proposta di questo squadrone della morte. (Francesco Scarci)

(Fallen Angels Productions - 2014)
Voto: 70

venerdì 3 giugno 2016

Love Frame - Forgiveness

#PER CHI AMA: Alternative Rock
Senza essere troppo pessimisti, se guardiamo il panorama musicale main stream italiano sembra francamente dura sopravvivere. Il rischio poi di incappare in jingle de lo Stato Sociale, Calcutta e simili durante l'ascolto della vostra compilation preferita su Spotify è assai elevato, da parte mia cerco di evitare il tutto come la peste o spoiler dell'ultimo episodio di 'Games of Thrones'. Mi riempie pertanto il cuore ricevere un bell'album che contiene musica ben fatta e studiata. Oggi vi presento (se non li conoscete già) i Love Frame, un trio milanese (il bassista è a chiamata) che ha esordito nel 2008 con un EP, poi qualche singolo fino ad arrivare a produrre questo 'Forgiveness', nel tardo 2014. Il sound della band è incentrato sull'alternative rock e sin dai primi minuti denota un'ottima cura nella ricerca dei suoni e una certa perizia in fase di registrazione/mix/mastering. Il cd si presenta poi in modo professionale anche a livello di packaging, con l'artwork che mostra un cuore apparentemente composto da radici tortuose di alberi, ma forse è solo la mia suggestione personale. All'interno trovate i testi delle canzoni, vecchia tradizione che apprezzo tutt'ora, dopotutto a molti piace sapere se sotto un mega riff di chitarra si sta parlando di una bella squinzia o di gare di rutti. L'ascoltatore troverà undici tracce in questo lavoro e l'onore di essere la prima, spetta ad "Halo", una scelta oculata perché non ha un tiro esagerato e permette di immergersi gradualmente nel mondo della band milanese. Il main riff ha il ruolo di essere ossessivo-compulsivo, mentre la suadente voce della brava vocalist ci apre le porte della loro club house. La sezione ritmica costituita da basso e batteria, inizia con un pattern cadenzato e per tutta la traccia ha un ruolo determinante, grazie anche ad alcune finezze stilistiche assai apprezzabili. Nel ritornello la melodia si apre, le note diventano più lunghe e si ha una sensazione fisica di distensione. Si va a chiudere con un assolo classico dotato di una bella accelerazione finale e la sana soddisfazione di dedicare le mie attenzioni a questa band. "Mine" parte subito dopo, come un giocatore di football americano vigoroso che vi placca senza tanti complimenti. La chitarra iniziale ricorda vagamente un famoso brano degli Offspring, ma l'ensemble lombardo cambia presto le carte in tavola grazie al lavoro alla sei corde di Laerte Ungaro, che non nasconde le sue ottime doti tecniche e dispiega tutto il suo armamentario sonoro. I vari passaggi e gli arrangiamenti convincono sin da subito e i brevi break (ottimo quando il bassista ci dà dentro al limite della rottura delle corde) conferiscono un sacco di dinamicità al brano. Giulia Lupica, la vocalist, convince sempre di più, con una timbrica fresca e decisa che, unita ad una gran padronanza tecnica, ripaga chi studia e canta con passione. Finalmente una voce poi che non ripiega sui soliti gorgheggi strampalati e vibrati ripetuti fino alla morte, inoltre scrive anche i testi, quindi una musicista veramente completa. Nell'album troviamo anche delle ballate, una su tutte "Blue", un buon momento per mettersi alla prova e prendere respiro dopo tanto sudore. Struttura classica con tanto di assolo (da manuale) che accompagna la crescita della canzone e la porta alla conclusione con grande dignità. Ci sono ancora molti altri pezzi da recensire, ma invece di annoiarvi con le mie parole, vi inviterei piuttosto ad andare ad ascoltarvi i brani in streaming, i Love Frame sono bravi e fanno ottime canzoni. Troverete qualcosa di innovativo in questi undici brani? Direi di no, ma se avete bisogno di buona musica per depurarvi dall'insano ciarpame che vogliono farci ascoltare e comprare per forza, qui non sbagliate. Affatto. (Michele Montanari)

(Self - 2014)
Voto: 80

Homselvareg - Catastrofe

REISSUE:
#PER CHI AMA: Black Old School 
No, non stiamo parlando del nuovo album dei comaschi Homselvareg: 'Catastrofe' è infatti il loro secondo disco uscito nel lontano 2010 e riproposto per la Sliptrick Records lo scorso febbraio, dopo le evoluzioni di line-up intercorse negli ultimi anni che ne hanno stravolto completamente l'assetto, con i soli Plague alla voce e Bazzy alla chitarra, rimasti gli unici superstiti della formazione originale. Per chi non conoscesse la band lombarda, e immagino siate in molti, i nostri sono incalliti blacksters, assimilabili come sound, alla seconda ondata norvegese, con la peculiarità, abbastanza rilevante, di cantare in italiano. E allora, eccole scorrere le tracce di questo oscuro 'Catastrofe', dalla furibonda "L'Inizio della Fine" (che un po' fa il verso a qualche titolo, stile "The Beginning of the End", che imperversava negli anni '90) fino alla conclusiva "Solo Memoria", attraverso un sound caustico e malvagio, degno delle migliori produzioni nord europee. Si parte, dicevamo da "L'inizio della Fine" che vanta una lunga parte introduttiva affidata alle chitarre di Selvan e Bazzy, prima che a metà brano, entri finalmente in scena la voce torva, ma assai comprensibile, di Plague a vomitare tutto il proprio dissapore verso la razza umana, destinata all'inevitabile estinzione. Sembra abbastanza chiaro il messaggio che i nostri vogliono diffondere anche con la successiva "Senza Via d'Uscita", che sottolinea un approccio lirico all'insegna dell'odio nei confronti dell'uomo, e che a livello musicale palesa invece un riffing che per alcuni istanti mi rievoca addirittura i Windir; successivamente la ferocia degli Homselvareg mi trascina in un maelstrom infernale creato dal turbinio sonoro che non trova sosta neppure nella successiva "Terremoto", in cui a mettersi in luce è la mastodontica prova dietro alle pelli di Hell. Le chitarre macinano riff vorticosi, il drumming assume i connotati di iper energici blast beats, le vocals divengono più rabbiose mentre il basso urla come un lupo in una notte di plenilunio. Questa la fotografia di "Rogo", la quarta traccia, che ha modo anche di offrire un duetto vocale tra vocals mefistofeliche e pulite durante uno dei rari rallentamenti del cd. Un rifferama in stile Immortal introduce "Ultimo Lamento Umano", ove una tempesta di riff granitici e una tellurica sassaiola ritmica non lasciano scampo all'ascoltatore. E "Aria di Tempesta", parafrasandone il titolo, ha modo di dissipare violente correnti di putrido black metal che mi rievocano un gruppo italiano che seguivo una ventina di anni fa, gli Handful of Hate. Ci avviamo verso la conclusione del disco: "Inondazione" ha modo di regalarci, almeno inizialmente, un black mid-tempo maligno, prima che la torrenziale efferatezza degli Homselvareg riprenda là dove ci aveva lasciato e ci conduca nei profondi abissi della conclusiva "Solo Memoria" che chiude un album sicuramente intenso, decisamente diabolico... (Francesco Scarci)

(Sliptrick Records - 2016)
Voto: 70