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domenica 17 settembre 2017

Mesmur - S

#PER CHI AMA: Funeral Doom, Evoken, EA, Esoteric
Torna la Solitude Productions, ritornano i Mesmur con il secondo capitolo della loro discografia, e il neo-sodalizio tra questi due nomi non può che essere un sound devoto al funeral doom. Il quartetto, capitanato dal frontman dei Dalla Nebbia, Jeremy L, coadiuvato da tre fidi scudieri, tra cui anche il bassista italiano Michele Mura, torna a proporre la propria visione apocalittica del doom, attraverso quattro lunghe tracce che, partendo da "Singularity" arrivano a "S = k ln Ω", attraversando l'angosciante oscurità di "Exile" e "Distension". Il suono come avete ampiamente intuito è un concentrato di soffocanti suoni funerei che, come già accaduto nel debutto omonimo, ha però modo di spezzare l'integrità di un muro sonoro spesso e soffocante, con degli intermezzi ambient assai melodici in grado di dare giovamento ad una proposta che rischierebbe invece di peccare di eccessiva monoliticità, come talvolta accade a questo genere. E invece, accanto al lento e logorante incedere ritmico, accompagnato dalle grugnolesche vocals di Chris (che abbiamo già avuto modo di apprezzare negli Orphans of Dusk), ecco apparire di tanto in tanto, giochi di luce, affidati ai synth di Jeremy che si diletta nell'evocare i fantasmi di My Dying Bride ed Esoteric, alleggerendo cosi di parecchio la loro visione fin troppo pessimistica del mondo. Chiaroscuri di matrice sludge, completano una traccia complessa che ha addirittura modo di richiamare i Neurosis. Dopo il finale al limite del noise di "Singularity", ecco le note malinconiche e dilatate di "Exile" che si muovono lentamente attraverso suoni di una drammaticità coinvolgente, merito ancora una volta del magistrale lavoro atmosferico eseguito dai synth del frontman americano. La proposta è cupa e tortuosa, non mancano i rimandi agli Evoken, agli EA, agli immancabili Shade of Despair; splendido l'interludio esattamente a metà brano, in grado di minare la lucidità della mia mente ma anche di alzare l'asticella di un lavoro che sembra aver imboccato una propria strada, sebbene quelli esplorati rimangano i meandri di un genere musicale che ha il merito da sempre di continuare a rinnovarsi con band assai intelligenti ed originali. E i Mesmur sono una di queste, un ensemble maturo che ha imparato dai paradigmi di un genere in continua evoluzione ad ampliare la propria visione cosmica. E il quartetto conferma questo trend arricchendo la loro proposta di strappi black death (retaggio dell'altra band di Jeremy), come sul finire della seconda traccia. Con "Distension", l'atmosfera si fa più perversa, complici dissonanti e disturbanti suoni in grado di deviare la psiche in modo assai pericoloso. Si tratta di oltre cinque minuti di musica delirante quasi lisergica che sfocerà nell'abisso di un funeral doom distorto e contorto che, percorrendo i pericolanti sentieri di una traccia insana e claustrofobica, ci condurrà fino alla conclusiva, epico-dronica strumentale "S = k ln Ω", il cui titolo si rifà alla Costante di Boltzmann, necessaria per il calcolo dell'entropia nella termodinamica, quella grandezza intesa come misura del disordine dell'universo, generalmente rappresentata dalla lettera S, proprio come il titolo di quest'album. Che sia il caso di rivedere le leggi della fisica, che l'entropia dell'universo sia ancora in aumento? Se cercate delle risposte a queste domande, 'S' potrà fare al caso vostro. (Francesco Scarci)

(Solitude Productions - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/mesmurdoom

One Eyed Jack - What'm I Getting High

#PER CHI AMA: Post Grunge, Alice in Chains
Se vi state (carverianamente) domandando di cosa si stia sballando il buon vecchio Jack lo Sguercio quando suona questo 'What'm I Getting High', a mettere le cose in chiaro ci pensa la affilata linea di chitarra assolutamente "goodmotorfinger" nei primissimi secondi dell'introduttiva "Primetime". Nel prosieguo, l'album incede con granitica lentezza, aggirandosi rispettosamente tra i (numerosi) fantasmi di Seattle. Tanti momenti di scuola Staleyniana ("Washyall", "Dog Fight", quasi tutta "Shitting Blood"), compresa la melancolica ballata mad-stagionale "Soon Back Home", tanto distante dagli Alice in Chains quanto il Nostro dalla realtà, nella seconda strafattissima metà degli anni '90. Fungono da estemporaneo contrappeso il tiro (s)groove di "Sgrunt" e l'abbrivio inaspettatamente new-w. di "Drama Shit". Produzione devota ai riferimenti musicali e al loro tempo, ma a tratti eccessivamente affogata ("Little Junior Finally Grew a Beard", per esempio). One Eyed Jack, il fante di picche, è anche il titolo dell'unico film diretto da Marlon Brando e il nome del casinò-bordello dove fu verosimilmente adescata Laura Palmer la notte del suo assassinio ne 'I Segreti di Twin Peaks' (non serviva neanche stare a specificarvelo). Nel caso ve lo steste (carverianamente) domandando. (Alberto Calorosi)

Mekigah - Autexousious

#PER CHI AMA: Avantgarde/Drone/Black/Noise, Ulver
Mekigah atto quarto: tanti sono infatti gli album che il sottoscritto ha recensito per la band australiana qui nel Pozzo dei Dannati, band che seguo sin dal loro debutto del 2010, 'The Serpent's Kiss'. L'act di Melbourne, capitanato come sempre dal solo Vis Ortis, coadiuvato poi da tutta una serie di amici che da queste parti conosciamo bene (penso ad esempio a T.K. Bollinger) rilascia un nuovo lavoro, 'Autexousious', che prosegue nella sua evoluzione sonora verso lidi sconfinati. Li avevamo conosciuti come promotori di un sound dark gothic, li abbiamo apprezzati nella loro veste death doom, li abbiamo lasciati in territori drone con 'Litost' e da li ripartiamo per immergerci nelle nere tenebre di 'Autoexousious' e del suo suono apocalittico, putrescente e melmoso che per certi versi riprende proprio il penultimo album, affidandosi completamente a landscapes sonici disturbati, votati ad un dronico approccio angosciante, come quello che si respira ad esempio nella lunga ed inquietante title track, una marcia funebre aspra ed allucinata, contraddistinta dai vocalizzi insani del mastermind australiano. Si prosegue e si finisce catturati dai suoni deliranti di "Fooled Blood", non so se una vera song o piuttosto un interludio per la successiva "Zmatek". Una traccia sperimentale di scuola "ulveriana", complice una voce che evoca in un certo qual modo, quella di Garm, in un incedere epico e finalmente digeribile e coinvolgente (soprattutto a livello percussivo), in grado di rendere la proposta dei Mekigah un po' più abbordabile, almeno nella sua prima parte, prima che rigurgiti psicotici emergano dalla maledetta ed oscura musicalità di questo brano. Un altro intermezzo noise ed ecco "The Infinite Never", una non-canzone all'insegna di voci robotiche e dilatatissimi suoni ambient-ritual-cibernetici. Ci avete capito qualcosa? Io non molto, ma forse è il bello di questa band che ha ancora tempo di sparare le ultime cartucce con il trittico finale affidato alle litaniche e soffocanti melodie di "A Vast Abyss", un brano che incarna forse l'intera produzione dei Mekigah in un malinconico e caustico pezzo all'insegna di ambient black doom drone d'avanguardia. Con "Backpfeifengesicht" ci immergiamo in dieci minuti di minimalistici vaneggiamenti sonori che tra drone, black noise, oscuri anfratti ambient, avantgarde e musica elettronica, non fanno altro che proiettarci in uno spazio intergalattico assai distante. A chiudere il disco, il cui mastering è stato affidato a Greg Chandler degli Esoteric, ci pensa "Rejection Nostalgia", l'ultimo atto che mal cela la follia dilagante di Vis Ortis e dei suoi Mekigah. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2017)
Voto: 75

https://mekigah.bandcamp.com/album/autexousious

venerdì 15 settembre 2017

Hypnotic Drive - Full Throttle

#PER CHI AMA: Heavy/Stoner, Black Sabbath, Alice in CHains
Ovunque, monolitiche architetture di conglomerazione lapalissianamente sabbatiana ("Voodoo Witch" vs. "Black Sabbath", la canzone; "Darkened White" vs. qualcosa a caso di 'Master of Reality', per esempio "Lord of this World"), sabbatianamente psych anche nel modo altrettanto sedimentario, tanto caro agli Alice in Chains, di rarefarsi improvvisamente e generare repentini stati di sospensione emotiva ("Barbwire"). I toni digressivamente vintage (alla Wolfmother, giusto per dirne una) di canzoni come "Heading South" lasciano dubbi sull'intenzionalità, forse in realtà semplicemente heavy-southern (perlomeno a giudicare dal titolo). Un approccio ortodosso ed eccessivamente devozionale nei confronti di quello che è universalmente noto come il sottogenere più monolitico della storia del rock (quindi occhio agli sbadigli), impreziosito però dalla introduttiva deflagrante "Five Regrets", una canzone che emana monossido di carbonio prima ancora di cliccare sullo Start, che al contrario è indebolito da un'incerta performance vocale sempre dubbiosa, al confine tra il rauco e il clean e a tratti disgraziatamente prossima a certi mugugni alla tardo-Glen-catetere-Danzig, specialmente quando lo skyline melodico si fa più accidentato (cfr. "Crossroads"). (Alberto Calorosi)

Mad Dogs - Ass Shakin' Dirty Rollers

#PER CHI AMA: Hard Rock
Dopo qualche tempo torniamo a parlare della GoDown Records, etichetta granitica nata quasi quindici anni fa e che ha sempre mantenuto un elevato livello nelle sue produzione stoner/garage/psychedelic rock. L'etichetta ci presenta oggi i Mad Dogs e il loro ultimo album ' Ass Shakin' Dirty Rollers' (il terzo) uscito quest'anno ad aprile. Il quartetto nasce a Macerata nel 2009 e dopo due lavori abbandonano la lingua italiana e si buttano a capofitto nel garage/blues rock con ancora parecchio da dire. Le tracce sono dodici, veloci ed intense come ci si aspetta dal genere, vedi "Make it Tonight" che strizza l'occhio ai vecchi Guns N' Roses grazie al ritornello facile e i gran riff e assoli di chitarra. Addentrandoci sempre più a fondo nel mondo di questi cani pazzi, si rimane sempre più colpiti dal groove dei brani, come in"It's not Over", un perfetto blues adrenalinico misto ad hard rock anni '70 che entra facilmente in circolo e convince senza tanti complimenti. Piacevoli, seppur semplici, gli interventi di tastiera/organo che completano il tutto, rendendo il sound rotondo e per certi versi raffinato. Il brano più scanzonato è sicuramente "Surf Ride", una ballata veloce e sentita più volte, ma che cattura sempre, soprattutto durante un live con un pubblico che ha voglia di divertirsi e non aspetta altro per potersi scatenare. Nel complesso la qualità audio dell'album è in linea con il genere, quindi niente di ricercato, tutto si basa sulla musica, quindi il resto è relativo. Ma dove c'è luce c'è anche oscurità, ed ecco quindi "Psychedelic Earthquake" che chiude questa release, una sorta di 'The Dark Side of the Moon' dove i fumi di oppio aleggiano pesanti intorno a noi. Nel frattempo la musica cresce a ritmo di un battito cardiaco ancestrale, tutto rotea sempre più veloce fino all'esplosione finale dove la sezione ritmica prende il sopravvento insieme all'hammond e all'immancabile assolo di chitarra. Un brano di per sè semplice, ma ben eseguito e con grande impatto emotivo. Che sia questo il sound giusto per la band maceratese? Forse si, ma lasciamo a loro decidere cosa fare da grandi. (Michele Montanari)

venerdì 8 settembre 2017

Blood Red Throne - Come Death

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Brutal Death, Cannibal Corpse
Aaarghhh! Abbiamo recensito gli ultimi due album dei mostruosi Blood Red Throne, andiamo allora a pescare un loro classico, 'Come Death' del 2007. La band, guidata dall’ex Emperor Tchort, si riaffaccia sulla scena a distanza di un paio d’anni dal fortunato 'Altered Genesis', con un lavoro compatto di una quarantina di minuti, che prosegue il discorso iniziato nel 2001 con 'Monument of Death'. La musica è come sempre un micidiale attacco frontale di puro death metal sulla scia dei migliori act americani (quelli della Florida per intenderci). La release dei nostri segna tra l’altro, l’ingresso in formazione di Anders Haave alla batteria e Vald alla voce, che mostrano decisamente di saperci fare. La musica? Beh, è il solito pesantissimo e intricato muro di riffs eretto dal duo formato da Tchort e Død, sorretto dalla violenza di Anders alle pelli (mostruoso nei campi di tempo e nei blast beat) e dalle gutturali vocals di Vald (che si lascia talvolta andare anche a uno screaming maligno, di stampo black). È un brutal death efferato che non lascia scampo: chitarre al fulmicotone (ascoltatevi “Taste of God”, “Guttural Screams” o la title track per farvi un’idea) crivellano di proiettili il nostro corpo, spaziando con il loro inquieto riffing in territori black o grind, talvolta rallentano nel tentativo di creare atmosfere angoscianti, quasi claustrofobiche, ma che fanno comunque pur sempre male. La quarta release della band scandinava è vincente, anche se non riesce a raggiungere i livelli dei precedenti lavori. Consigliato ai seguaci della band e agli amanti del brutal in genere, perché per chi non è abituato, qui si rischia veramente la pelle. (Francesco Scarci)

Anterior - This Age of Silence

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Heavy/Thrash/Metalcore
Dici Metal Blade, pensi ad una serie di lavori che oscillano tra il death metal melodico, il metalcore e il deathcore. Gli Anterior rientrano nella prima categoria, anche se sottilissima è la linea di demarcazione che li separa dal metalcore. 'This Age of Silence' ha rappresentato il debutto assoluto, per il combo gallese e direi che il risultato non è assolutamente malvagio. L’influenza primaria che si può ravvisare nelle linee di chitarra di questo disco, è il classico british heavy metal alla Iron Maiden, arricchito logicamente dalla rabbia e dalla melodia dello swedish death metal. Nove buoni pezzi per quasi tre quarti d’ora di musica, potranno certamente catturare la vostra attenzione: la band gioca nei propri brani a rincorrersi, grazie all’abile prova delle due asce, Leon Kemp e Luke Davies, che costruiscono ottimi riff thrash, alternati a frangenti progressive, sfuriate metalcore, passaggi acustici e soprattutto ottimi assoli, merce assai rara; ma anche la prova degli altri musicisti è davvero sopra le righe. Nove tracce dicevamo, che traggono la loro ispirazione dai grandi del passato, Iron Maiden ma anche dai Metallica, prendendo poi spunto (notevole talvolta) anche da Children of Bodom e Arch Enemy, in testa, con quel cantato in growl sempre a farla da padrone; la classe non manca, i mezzi per far bene neppure, ciò che latita è l’originalità, quel bagliore di personalità che potesse far decollare questi ragazzi verso il successo, che ahimè non è mai arrivato dato lo split del 2012 in seguito al secondo 'Echoes of the Fallen'. Disco carico di intensità ed energia che avrebbe meritato di più se solo si fosse mostrato più originale. (Francesco Scarci)

giovedì 7 settembre 2017

Amentia – Scourge

#PER CHI AMA: Techno Brutal Death, Necrophagist, Exhumed
A distanza di sei lunghi anni dal precedente ottimo 'Incurable Disease', la band di Minsk mostra una forma smagliante innalzando ulteriormente il tiro nei confronti della qualità della loro proposta. Dediti da sempre al verbo del technical/brutal death, in questo nuovo 'Scourge', i quattro musicisti giocano al meglio le loro carte calando sullo spartito tutta la loro esperienza di settore. I nostri si presentano questa volta con un prodotto altamente tecnico, violento, d'impatto e assai intenso da ascoltare a tutto volume, con variegati e stimolanti paesaggi sonori, taglienti e sinistri, comandati in maniera egregia, dalla voce gutturale dell'ottimo vocalist Zubov. L'act biellorusso si è poi fatto aiutare da una registrazione che permette tranquillamente di seguire ogni singolo strumento e che mette in evidenza le doti canore quanto le articolate peripezie artistiche del chitarrista Artyom che usa come mitragliatrici, chitarre ossessive e demoniache, uscite tra la follia dei Psyopus e il taglio macabro di Exhumed e Necrophagist, unite a venature di stampo death più classico. Perfetta la sezione ritmica con una batteria supersonica e un basso molto interessante, dal sapore decisamente sofisticato e dalla tecnica raffinata, cosa che offre decisamente parecchia verve all'insieme sonoro. Non sarà l'originalità con cui si distinguerà il combo bielorusso ma sicuramente gli Amentia verranno apprezzati per la bravura, la peculiarità e la personalità con cui costruiscono le loro composizioni, che sempre risultano vive e mutanti ad ogni ascolto. Ottima anche la produzione che opta per un sound reale e umano evitando quel suono finto e ipercompresso che a volte si tende ad utilizzare nel genere. La copertina è ben fatta e decisamente a tema, il disco mostra una durata giusta che si aggira intorno alla mezz'ora e con l'apertura affidata all'iniziale "Kill Me" e alla successiva "I Don't Believe" (brano peraltro stupendo con assolo spettacolare!) che insieme a "Sentence Executioner", rappresentano i tre brani simbolo di un album tutto da scoprire ascolto dopo ascolto, per una band che merita veramente tanta attenzione. In un mare di imitazioni e finti musicisti, gli Amentia risultano come un'isola felice. Entrate in sintonia con il significato del loro moniker e gustatevi la follia nascosta tra le note di questo ottimo 'Scourge'. L'ascolto è quanto meno dovuto! (Bob Stoner)

Fleurety - Inquietum

#PER CHI AMA: Black Sperimentale
Fleurety è un demone dell'oscurità, luogotenente di Belzebù, esperto di veleni ed erbe allucinatorie che appare nel Grande Grimorio scritto a quanto pare oltre 500 anni fa. Un nome, Fleurety, che a me rimane scolpito nella memoria per essere un gruppo autore di un album pazzesco di black psichedelico, che quasi gli valse l'appellativo di Pink Floyd del black metal. Sto parlando di 'Min Tid Skal Komme' che uscì nel 1995. Dopo quel disco nel 2000, un interessante album di musica d'avanguardia e poi un silenzio perdurato quasi dieci anni, a cui seguì una sfilza di EP, quasi a dirci che il duo norvegese è ancora vivo e vegeto. Ora tutti quei dischetti sono stati raccolti sotto lo stesso tetto, 'Inquietum' appunto, a prepararci ad una nuova uscita della band prevista per fine ottobre. Intanto proviamo ad analizzare questa compilation, confezionata egregiamente dalla Aesthetic Death, in un digipack giallo fosforescente. L'album si apre con "Descent Into Darkness", song che risale addirittura al primo demo della band, datato 1993 e qui rimasterizzata insieme alla strumentale "Choirs" e ad "Absence", originariamente incluse in 'Ingentes Atque Decorii Vexilliferi Apokalypsis'. La prima traccia si manifesta come una forma assai primitiva di quel 'Min Tid Skal Komme' di cui scrivevo poc'anzi, ossia un black metal psicotico e disturbato che offre chitarre ronzanti, annichilenti vocals malate e derive droniche che saranno più palesi nella breve "Choirs", fino a giungere all'infernale "Absence", in un black thrash caustico ed inconcludente che vede i nostri, solo nell'ultimo minuto, lanciarsi in un'avanguardista fuga psicotropa. Si arriva a "Summon the Beats" e "Animal of the City", le due song del 7" 'Evoco Bestia' e mi sembra di aver a che fare con un'altra band: abbandonati i perversi screaming del vocalist, ecco apparire una gentil donzella, Ayna B. Johansen, che offre le sue doti canore su di un sound arrembante, ovattato quanto mai delirante che sembra essere una B-side estratta dal secondo 'Department of Apocalyptic Affairs'. La seconda traccia è invece puro black metal, rozzo e malato, che soltanto negli ultimi 60 secondi lascia trapelare un che di epico ed indomito. Il terzo capitolo della saga include i due brani inclusi in 'Et Spiritus Meus Semper Sub Sanguinantibus Stellis Habitabit': "Degenerate Machine" è caratterizzato da uno strano mix a livello vocale con dei rigurgiti stralunati in stile Solefald uniti ad un qualcosa al limite dell'improponibile traslati in un sound dozzinale quanto mai ferale, ma ricco anche di riferimenti prog che preservano un'aura di misticismo sull'intero lavoro. La seconda "It's When You're Cold" è sperimentazione black noise parecchio difficile da digerire, se non dopo aver ingerito o fatto uso di una dose di sostanze decisamente proibite che inducono poi un lungo sonno lisergico. Il quarto e ultimo capitolo è affidato all'ultimissimo EP, 'Fragmenta Cuinsvis Aetatis Contemporaneae', uscito a inizio di quest'anno e che include "Consensus" e "Carnal Nations", due tracce che probabilmente fotografano l'attuale stato di forma del duo originario di Ytre Enebakk. Una prima traccia che affida la propria ritmica ad un black schizofrenico su cui poggiano strani effetti sonori e onde modulatorie disturbanti generate dai synth deviati di Svein Egil Hatlevik (la sua esperienza nei Dødheimsgard deve essere pur servita); la seconda song invece sembra essere la canzone più normale del cd, peraltro la più legata a quel primo grande album di questi folli musicisti norvegesi. 'Inquietum' è una raccolta davvero di difficile ascolto, consigliata ai soli fan della band, considerato che qui si raggiungono vette di estremismo davvero complicate da concepire. Per pochi intimi. (Francesco Scarci)

(Aesthetic Death - 2017)
Voto: 65

https://www.facebook.com/thetruefleurety

domenica 3 settembre 2017

Distant Landscape - Insights

#PER CHI AMA: Prog/Post Rock, Katatonia, Anathema, Riverside
Meglio non trovarsi in un qualche turbine emotivo prima di ascoltare il debut album dei nostrani Distant Landscape, rischiereste di venire sopraffatti dalla malinconica proposta che Marco Spiridigliozzi (mastermind della band) e i suoi compagni hanno prodotto. Io l'ho fatto e quale struggente mal di stomaco ne ho ricavato, lo sa solo il buon Dio. Già, perché dopo aver inserito 'Insights' nel mio lettore e avviato l'opener "Same Mistake", mi sono fatto trascinare da quel senso di sconforto, generato dalla perdita di una persona amata, colpa di melodie strazianti che hanno toccato con facilità le corde già sensibili della mia anima, anche se con sonorità (e vocals), che mi hanno evocato inequivocabilmente 'The Great Cold Distance' dei Katatonia, prima vera fonte di ispirazione dei nostri. Lo struggimento prosegue con le note delicate di "Cage Inside Us", una lunga traccia (oltre nove minuti) che partendo da atmosfere intimistiche, cresce pian piano di ritmo ed intensità, passando da un rock seducente ad un sound più robusto ed incazzato, sebbene mostri poi un finale più equilibrato e psichedelico. "First Insight" si apre con un arpeggio e la voce di Marco che emula con eccellenti risultati, il ben più famoso collega svedese, in una song intrisa di tristezza, soprattutto a livello lirico. Ripeto, meglio non ascoltare il disco se non siete sereni, l'effetto potrebbe essere destabilizzante, qui con la voce di una gentil donzella (Judith dei Raving Season), ad aumentare il carico di sofferenza. L'attacco roboante delle chitarre di "The Desire" lascia intendere un passato doom dei nostri, e quel riffone che chiama in causa gli Anathema periodo 'Pentecost III'/'The Silent Enigma', ne è la prova, anche se poi la tensione si allenta e torna lo spettro dei Katatonia ad aleggiare sui nostri, fatto salvo per chiudersi con una eterea spiritualità che ha smosso anche echi degli Alcest. Ancora un arpeggio in apertura per "The Change", e ancora malinconia grondante da ogni linea melodica che sia di voce o di chitarra, che mi accompagnano fino alla sesta "The Love of a Mother for Her Sons". Quest'ultima è una song che per testi e musicalità, ha scomodato un altro classico degli Anathema, "One Last Goodbye", estratto dal meraviglioso 'Judgement', riletto però in chiave più "moderna", stile 'Weather System', con tanto di voce femminile in primo piano. Al finale, ecco attendermi "Distant Landscape", l'ultima fatica in grado di dare il colpo di grazia al mio cuore già infranto e ora sedotto anche dal suo evoluto rock progressive che strizza l'occhiolino ai polacchi Riverside. Alla fine 'Insights' è un bell'album; se solo i Distant Landscape saranno in grado di acquisire maggiore personalità, scrollandosi di dosso le influenze di Anathema e soprattutto Katatonia, sono certo che sentiremo a lungo e strabene parlare di questi ragazzi. (Francesco Scarci)

(Sliptrick Records - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/distantlandscape/

sabato 2 settembre 2017

Captain Quentin - We're Turning Again

#PER CHI AMA: Math Rock Strumentale
È musica decisamente poco scontata (e talvolta anche un po' ostica) quella che arriva dai solchi di questo 'We're Turning Again', fatica numero tre dei nostrani Captain Quentin. È musica irrequieta ma sincera, che ci trastulla con i suoi pezzi strumentali dediti ad un math rock cinematico. Se l'opener non mi ha fatto propriamente impazzire, è la seconda "Caffè Connection" a sedurmi con i suoi ritmi un po' jazzati, i suoi suoni ovattati ed un gusto oserei dire vintage. "Zewoman" è una song più ipnotica quasi al limite del paranoico nel suo finale, mentre con "Malmo" ci abbandoniamo ad oniriche e ambigue sonorità post rock che sembrano aver un effetto rilassante, ma che invece nel loro continuo delirio, stupiscono per il loro ubriacante effetto sulla mia psiche. Non semplice ma suggestivo. Si ritorna a suoni apparentemente più convenzionali con " Avevo un Cuore che ti Amava Franco", titolo per lo meno originale per una song più movimentata delle precedenti ma che mantiene intatta comunque la sua psicotica personalità (qui anche dronica) a sottolineare una performance di carattere da parte di questi Captain Quentin, in un disco che ha ancora diversa carne da mettere sul fuoco. E allora ecco gli sperimentalismi elettronici di "Say No No to the Lady" e di "Aghosto", la prima più orientata a suoni post rock, la seconda invece più oscura e sofisticata nel suo andamento surreale. Il disco chiude con "Yoko, o No?", un evidente gioco di parole che suggella la brillante prova di questi ragazzi con un pezzo spinto verso suoni prog settantiani. Mica male no? Da tenere certamente monitorati. (Francesco Scarci)

Union Jack - Supersonic

#PER CHI AMA: Punk Rock/Ska, Rostok Vampires
Dalla Francia ci arriva un po' di musica scanzonata, questo a testimoniare l'ecletticità della scena transalpina, non sempre concentrata a rilasciare release seriose o all'insegna del black più cupo e nefasto. L'aiuto quest'oggi ci arriva da Parigi e dagli Union Jack che si fanno conoscere, almeno al sottoscritto con il loro quarto album, uscito nella prima parte del 2017 per la Beer Records (un nome un programma) che ci infestano con il loro punk rock'n roll allegro e appunto scanzonato. Per certi versi l'approccio di questi tre ragazzacci di periferia, mi ha ricordato quello di una band che mi ammaliò nel lontanissimo 1989, ossia i Rostok Vampires e il loro mitico 'Transylvanian Disease'. E allora lasciamoci andare alle ben 14 canzoni che popolano questo 'Supersonic', di cui vi citerei la groovy "Blackout", la brevissima opener "Cynical Sound Club" che con un refrain stile "Batman" apre il disco e ci introduce allo ska di "Oh Boogie". "Boomerang" ha un approccio più acido e tosto mentre "Don't Look Back" ha qualche influsso a la Mike Patton e compagni nella sua lucida follia. Insomma 'Supersonic' è più di un discreto lavoro dedito al punk rock. Metteteci poi che è stato mixato e masterizzato da un tizio che si è occupato anche di At the Drive-in e Coheed and Cambria, e potrete capire come questo sia un lavoro di punk con i controcazzi, intesi? (Francesco Scarci)

(Beer Records - 2017)
Voto: 75

https://unionjack.bandcamp.com/

Zuul Fx - Live Free or Die

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Industrial Thrash, Fear Factory, White Zombie
Gli Zuul Fx si sono formati grazie al leader Zuul, ex membro dei No Return. Il genere proposto dai francesi si muove sin dagli esordi tra le maglie di un sound industrial e groovy thrash, dalle sonorità moderne, caratterizzato da un ottimo songwriting, che si rifà palesemente al sound di band “alternative” quali Fear Factory e White Zombie, non disdegnando qualche capatina in territori swedish death, cari a Soilwork e compagnia. La musica dei transalpini poggia su una ritmica devastante e veloce, ma sempre assai melodica e grooveggiante. Undici tracce, con un riff portante davvero pesante, sulle quali si staglia la voce di Zuul, bravo ad alternare il classico growling con clean vocals, spesso abbastanza ruffiane, tanto da aver temuto più volte, l’ascolto di brani dal “vago” sapore commerciale. Alla fine, il quartetto francese non si lascia più di tanto andare a divagazioni commerciali; senza ombra di dubbio, talvolta strizzano l’occhio agli Slipknot e altre band nu-metal, ma cosa volete farci, il risultato finale è godibile e si lascia ascoltare tranquillamente. Niente di originale, sia ben chiaro, tuttavia un ascolto lo darei; se sono stati nominati metal band rivelazione nel 2005, un perché ci sarà anche stato. (Francesco Scarci)

(Equilibre Music - 2007)
Voto: 65

http://zuulfx.net/

venerdì 1 settembre 2017

Sulphur - Cursed Madness

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black/Death, Immortal
Dalle lande sulfuree della Norvegia, ecco innalzarsi la creatura infernale dei Sulphur. Il quartetto scandinavo, che conta tra le sue fila anche l’ex tastierista degli Enslaved, nascono dalle ceneri dei Taakeriket nel 2000 e dopo un mediocre demo, hanno catturato l’attenzione della Osmose, che fiutò, nel quintetto, i potenziali eredi degli Immortal. Dopo aver ascoltato 'Cursed Madness', album uscito nel 2007, posso solo dire che potenzialmente potrebbero anche diventare i nuovi Immortal, ma che la strada è lunga e lastricata di parecchio lavoro. I Sulphur infatti si sono palesate come una band fra le tante nell'intasato e malvagio panorama black/death. La musica proposta dai nostri segue gli stilemi classici indicati prima dai Morbid Angel e poi ripresi dagli Immortal periodo 'Blizzard Beasts'. Una sorta di black metal old school, dalle forti venature death, con qualche inserto tastieristico, forse per voler conquistare quella fetta di pubblico non proprio intransigente e più legato al lato sinfonico della musica estrema, è quello proposto dai nostri. Si tratta in ogni caso, di nove tracce, senza infamia né lode, in cui l’aria che si respira è quella tipica, pesante dei gironi infernali. Fortunatamente, ci sono pezzi in cui i ricami delle keys riescono a conferire all’intero lavoro un aspetto pressoché gradevole, ma sono talmente rari, che rapidamente ci si annoia e si finisce per spegnere lo stereo. Nei 40 minuti di musica contenuti, si susseguono palesemente i richiami agli Immortal, per quel feeling malvagio che solo la band di Abbath e Demonaz era in grado di sprigionare. Penalizzati poi da una produzione ovattata, la band si dimostra comunque più a proprio agio sul versante black che death, segno che forse avrebbero dovuto prediligere un genere piuttosto dell’altro. Da ascoltare e riascoltare, per capire se qualcosa di valido effettivamente c’è. (Francesco Scarci)

(Osmose Prod - 2007)
Voto: 60

https://www.facebook.com/SULPHURBAND

giovedì 31 agosto 2017

Macabra Moka - Tubo Catodico

#PER CHI AMA: Rock/Hardcore/Stoner
La Macabra Moka è una band di Cuneo nata nel 2010 che, dopo aver esordito con il primo full length 'Ammazzacaffè' nel 2014, lo scorso marzo ha pubblicato 'Tubo Catodico' tramite la sempre attiva cordata composta da DreaminGorilla Records / VOLLMER - Industries / Dischi Bervisti e tanti altri. Abbiamo ricevuto la versione per gli addetti ai lavori, quindi possiamo apprezzare solo la copertina che tramite un collage in stile fumetto, rappresenta il peggio della tv italiana (Zanicchi, Magalli, etc.) in versione horror, riallacciandosi quindi al titolo del cd. Il quartetto formato da batteria-basso-chitarra-voce suona un energico mix fatto di rock, hardcore e stoner cantato rigorosamente in italiano, a voler confermare che non ci devono essere barriere di alcun tipo tra la band e l'ascoltatore. "Radio fa" è la prima traccia contraddistinta da riff potenti come le parole che vengono sputate ed urlate nel ritornello carico di disagio e sofferenza, il tutto raccontato tramite la metafora delle trasmissioni radio. Subito si scorge la rabbia giovanile dei primi Ministri e Teatro degli Orrori che in tre minuti spaccati viene raccontata nella versione macabra del nostro gruppo. In "Tormentone d'Estate" i riff sono più alla QOTSA, un'ottima simbiosi strumentale che incalza e colpisce duro, il tutto alleggerito dal ritornello scanzonato che ci sbatte in faccia lo squallore della nostra vita mondana, fatta di apericena e selfie. Poi, riuscire a infilare Federica Panicucci nel testo non è proprio cosa da tutti. Si passa a "LeAquile del Metallo Morto", dove la sezione ritmica martella in modo ossessivo e le chitarre ci regalano suoni corposi che trasudano rock alla vecchia maniera, con tanto di assolo delirante a chiudere con annessa accelerazione finale. Tutta l'attitudine hardcore si concentra in "Ok, il Prezzo è Giusto" che ha l'effetto di un cric preso in pieno muso tanto, parole che tagliano quanto i riff suonati a velocità folle. Se i Bachi da Pietra hanno sfruttato l'entomologia per raccontare meglio la nostra società, la Macabra Moka l'ha fatto sfruttando la televisione italiana, portando il cinismo e l'autocritica a livelli paradossali. Un album coinvolgente, schietto come non ascoltavo da tempo ed oscuro al punto giusto. Da avere assolutamente perché sotto la finta patina di 'Tubo Catodico' si nascondono dei contenuti profondi che nell'ambito musicale ormai pochi hanno il coraggio di decantare. (Michele Montanari)

(DreaminGorilla Records/VOLLMER Industries/Dischi Bervisti/Tanto di Cappello Records/Scatti Vorticosi Records/Brigante Records & Productions - 2017)
Voto: 80

https://lamacabramoka.bandcamp.com/album/tubo-catodico

Hurtlocker - Embrace the Fall

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Thrash/Metalcore
Anche la Napalm Records ha avuto la sua fase thrash/metalcore, un genere quest'ultimo che ha saturato il sistema a metà anni 2000. Era il 2007 quando gli Hurtlocker, provenienti da Chicago, a distanza di un anno dal loro 'Fear in a Handful of Dust', hanno rilasciato questo scialbo 'Embrace the Fall' (peraltro anche loro canto del cigno). L’aggettivo scialbo non sta però a definire una band priva di rabbia o con un sound povero di potenza, più che altro sottolinea una release spoglia di inventiva. Qui c’è del discreto e selvaggio thrash metal, estremo nelle sue accelerazioni che sfociano nel brutal, grazie alla presenza di blast beat, riff ronzanti (non del tutto soddisfacenti), growling rabbiose e tediose (il vocalist canta troppo per i miei gusti), poche linee melodiche e una sana dose di cattiveria. Per quanto mi riguarda, il disco è tutto racchiuso in queste poche parole: aggiungo inoltre che le dieci tracce qui contenute, risentono come sempre dell’influsso metalcore americano, non creando quindi nulla di nuovo alla fine. Importante sottolineare il lavoro in consolle di Zeus, già all’opera con Shadow Fall e Hatebreed. Nonostante la buona preparazione tecnica, gli Hurtlocker risultano sì cattivi, ma anche estremamente noiosi. Cambiamo Cd! (Francesco Scarci)

(Napalm Records - 2007)
Voto: 55

https://myspace.com/hurtlocker1

Forever in Terror - Restless in the Tides

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Metalcore/Deathcore, As I Lay Dying
Metalcore, metalcore e solo metalcore... Mi sono domandato più volte se la Metal Blade non fosse in grado di produrre altro. Avrete quindi intuito che ci troviamo di fronte all’ennesimo gruppo dedito a queste sonorità, che la casa discografica tedesca è da sempre pronta a sfruttare per rastrellare un po’ di quattrini. Il quintetto dell’Ohio, qui aiutato dal buon Mark Hunter dei Chimaira, propone il solito death metal melodico contaminato da suoni americani, sulla scia di Unearth e As I Lay Dying, e con qualche reminiscenza che riporta a Dark Tranquillity e Soilwork. Non esaltatevi troppo però, perché il combo statunitense, nonostante strabordi di energia, aggressività e rabbia, è abbastanza carente dal punto di vista delle idee. In 'Restless in the Tides' ci sono tutti gli ingredienti che hanno reso celebre il genere: riffing selvaggio e potente, stop’n go, urla sgraziate (in pieno stile Unearth), cori ruffiani, ritmica serrata e una gran dose di melodia. Peccato che in tutto ciò, non ci sia un briciolo di personalità, che possa rendere distinguibili, i Forever in Terror, all’interno del marasma esagerato di band, che popolano il panorama metalcore. Pessima poi la cover del disco, ad opera di Derek Hess che ha collaborato anche con In Flames e Converge. Sarà stata la loro tenera età all'esordio, di certo non si sono confermati molto più maturi con i successivi lavori assai banali. Consigliato alla fine solo a chi non può fare a meno di acquistare l’ennesimo album metalcore. (Francesco Scarci)

(Metal Blade - 2007)
Voto: 50

https://www.facebook.com/foreverinterror

The Pit Tips

Francesco Scarci

Rebirth of Nefast - Tabernaculum
Sun of the Sleepless - To the Elements
Shade Empire - Poetry Of The Ill-Minded

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Don Anelli

Formicarius - Black Mass Ritual
Enragement - Burnt, Barren, Bloodstained
Insatia - Phoenix Aflame

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Five_Nails

Inverted Serenity - You Manifest Your Own Reality
Divine Element - Thaurachs of Borsu
Lifelover - Konkurs

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Alberto Calorosi

The Night Flight Orchestra - Internal Affairs
The Mavericks - Brand New Day
Cucina Sonora - Evasione

martedì 29 agosto 2017

NevBorn - Daidalos

#PER CHI AMA: Post Metal, The Ocean, Deftones
Qui nel Pozzo dei Dannati siamo stati testimoni di tante crescite illustri e non. Tra le band che abbiamo visto nascere ci sono anche i qui presenti NevBorn, ensemble che abbiamo recensito un paio d'anni fa in occasione del loro debut album, 'Five Horizons'. Il five-piece di Neuchâtel torna (anzi tornerà visto che la release è schedulata per fine settembre) in pista con un EP mono-traccia nuovo di zecca, edito questa volta dalla sempre più cannibale Czar of Crickets Productions (qui in collaborazione con la Cold Smoke Records), pronta a lanciarsi come un avvoltoio sulla maggior parte delle band valide del proprio paese. I NevBorn rilasciano quindi "Daidalos", song di ben oltre 18 minuti che sembra prendere le distanze dal passato post metal più in linea con le produzioni di Isis e Cult of Luna, per avvicinarsi invece maggiormente al sound più alternativo dei Deftones. Questo almeno quanto testimoniato nei primi tre minuti di questa lunghissima song, che sembra tirare successivamente in ballo, in modo più concreto, i The Ocean, non solo per la presenza di Loic Rossetti, vocalist della band teutonica, dietro al microfono, ma proprio per le sonorità che ammiccano inequivocabilmente al collettivo di Berlino, attraverso arcobaleni sonori che regalano splendidi frangenti atmosferici, in cui il cantante dei The Ocean dà grande prova delle sue eccelse doti canore, affiancandosi a Matthieu Hinderer, la voce di ruolo dell'act elvetico. Ma è la magistrale e riconoscibilissima voce dell'ottimo Loic ad alzare l'asticella, unita ad un sound che si muove tra momenti sognanti ed altri più malmostosi e sludge orientati, che s'intersecano ancora con attimi ambient in un flusso sonoro moderno, piacevole, malinconico, definitivamente emozionale e carico di pathos, che impone un unico obiettivo, far vostro questo delicato e raffinato dischetto che forse potrà fungere da antipasto ad un nuovo attesissimo full length rilasciato da NevBorn e compagni. Certo è che se la presenza di Loic verrà confermata in futuro, siate pronti a sentirne delle belle da questi svizzeri. (Francesco Scarci)

(Czar of Crickets/Cold Smoke Records - 2017)
Voto: 75

https://www.facebook.com/nevbornmusic/

Landskap - III

#PER CHI AMA: Psych Doom Rock
In apertura di 'III' ci si trastulla con quel vintage graffiante ("Wayfarer's Sacrifice" e "Awakening the Divide", che per chiarire il concetto, sfoggia una palese citazione di "Gypsy" nel bridge) di matrice desert-nordica, quindi più meno dalle parti di Graveyard (stiamo ovviamente parlando del deserto della taiga che si estende alle spalle di Göteborg) e Rival Sons (dopotutto Long Beach è a nord di qualcosa, per esempio di San Diego), il che suggerisce una certa prossimità ai momenti più riverberanti dell'atto prima della band britannica. In contrapposizione, la straordinaria e irrotazionale epica conclusiva di "Mask of Apathy", costruita con gli stessi mattoncini di "To Harvest the Storm" e inopinatamente caratterizzata da una repentina e sublime discontinuità steppenwolfica (più precisamente born-to-be-steppenwolfica). Applausi a scena aperta: l'obnubilante crescendo emotivo in 19/8 di "TheTrick to Letting Go" esprime una maestosità che a confronto 'Anathema' degli Anathema sembra una ballatina voce-tremula-e-chitarra-scordata di quelle canticchiate dai perditempo nei corridoi della metropolitana londinese. Produzione abbordabile e limpidissima, crooning straordinario tra un Jim Morrison col tovagliolo sulle ginocchia e un Ian Astbury che sta cavando le zecche dal suo cane. Un album, nonostante la breve durata, immensamente fatiscente. (Alberto Calorosi)

Perseus - A Tale Whispered in the Night

#PER CHI AMA: Heavy/Power
Il redivivo Icarus Lizard vivacchia da qualche tempo dilaniato dalla noia all'interno di uno scomodissimo specchio incantato. Poi un bel giorno non si fa sfuggire l'occasione di possedere il corpo del giovane Nathan e, zac, da lì dentro, costituire un esercito di miliziani pronto a combattere le forze delle tenebre capitanate da Rasoio Scuro. Il secondo capitolo della saga del Dr. Icarus Lazard orchestrato dai brindisini Perseus, rivoluziona il concetto stesso di concept, scorporandone una volta per tutte l'uso del cervello. Ma il power-metal è fatto innanzitutto di muscoli, e i muscoli certamente non mancano in questa power-epopea ultra-ortodossa caratterizzata da accelerazioni quasi-speed ("The Diary", "Deceiver"), epic-ballads ("Dying Everytime" e "Rain is Falling") e stratificazioni sinfoniche di matrice italo-scandinava ("I'm the Chosen One"). Ascoltatevi questo disco vestendo all-black-leather spaparanzati su una spiaggia del Salento brindisino durante un soleggiato pomeriggio. Entro sera capirete a vostre spese come mai da quelle parti tira soprattutto il sound system. (Alberto Calorosi)

(Buil2kill Records - 2016)
Voto: 65

https://www.facebook.com/PerseusPowerMetalBand

Il Confine – Il Cielo di Pryp’Jat

#PER CHI AMA: Hard Rock/Nu/Alternative
Mi ci è voluto un po' per digerire il secondo album dei pugliesi Il Confine, sebbene il titolo del lavoro inducesse in me una forte curiosità, visto il richiamo a Pryp’Jat, la città ucraina fantasma abbandonata a seguito dell'esplosione nucleare nella limitrofa Černobyl nel 1986. Il genere proposto dal quintetto brindisino è un ruffiano alternative rock che già a partire dalla opener, "Eccedere e Cedere", mette in luce tutti gli ingredienti, i punti di forza e debolezza, della band nostrana. L'ensemble si affida ad un sound di matrice hardrock su cui poggia la voce mainstream del frontman, accompagnato qui da riffoni più pesanti che chiamano in causa realtà americane Nu metal e che poi nel finale offre addirittura un cantato rappato che mi fa storcere il naso. Un modo di cantare che mi indispone anche all'inizio della seconda "Tentacoli", un'altra song che lascia sicuramente intravedere le potenzialità di una band che si muove con grande disinvoltura nell'utilizzo di testi in italiano, ma anche una certa abilità nei cambi di tempo e nel miscelare l'hardrock con effettistiche elettroniche. Ahimè quello che fatico a digerire è l'utilizzo delle voci abbinate a dei chorus forse un po' scontati e ad un proposizione talvolta elementare delle ritmiche. La title track, 'Il Cielo Di Pryp’Jat', si palesa con il suo sound oscuro allineata nel testimoniare gli edifici abbandonati della città ucraina attraverso però l'uso di testi un po' banalotti; di contro la sua musicalità si mostra assai efficace nel modularsi tra chiaroscuri sonori. La sensazione persistente che avverto durante l'ascolto del disco è però quella che non sia cosi chiaro per i nostri cosa voler fare da grandi: imitare qualche band mainstream americana con la variabile del cantato in italiano, oppure voler seguire le orme dei conterranei Negramaro, come nella semi-ballad "Abissi", nella più movimentata e punkeggiante "2103", nell'irrequieta "Vitrei Dedali" o ancora in "La Sintesi", pianistica song che vede un inedito duetto vocale tra una voce rock e una lirica maschile che sicuramente regala un maestoso effetto conclusivo, ma che pone nuovamente seri dubbi sull'identità dei nostri (influenze da Il Volo forse?). Il disco riserva qualche altro spunto interessante, tra cui vorrei segnalare la bonus track, "Il Concetto di Dose", che vede la presenza di Annaclaudia Calabrese in un ruolo più predominante dietro al microfono, per un'ultima arrembante traccia che ha modo di strizzare l'occhiolino anche agli Evanescence. Disco piacevole ma credo ancora transitorio. (Francesco Scarci)

(Alka Record Label - 2017)
Voto: 65

https://www.facebook.com/ilconfineband/

domenica 27 agosto 2017

Divine Element - Thaurachs of Borsu

#FOR FANS OF: Death/Black Epic, Amon Amarth, Primordial
To style Divine Element as an Amon Amarth clone would be an uneducated attempt to compliment two exceptional musicians. Playing a powerful and fiery form of melodic death/black metal, this Hellenic pair plays closely to Amon Amarth's nearly unrivaled glory while finding its own glory in a unique realm of kingdoms and chaos. A concept album that serves as a companion piece to founding member Ayloss' upcoming novel of the same name, 'Thaurachs of Borsu' is the tale of one warrior's destiny wrapped in the fate of his warlike nation. Together they take on the challenge of overcoming an immensely powerful usurpation of their ancestral homeland while the protagonist confronts cosmic questions and tests of his loyalties in this unforgiving world.

Combining Amon Amarth power with Primordial atmosphere in the opening instrumental, “A Realignment With Destiny” and using moments of narration that make even The Meads of Asphodel seem completely cheese-less, Divine Element explores its broad concepts through a mixture of folk sound and chest-beating battle riffs in this invigorating half hour. Bookended by interludes and featuring an instrumental in the midpoint of this album, the meat of this release is five unique tracks that explore the human spirit, proclivities for tribalism and notions of power, and embark on a journey of blood and battle that rages across the sea to brutally conquer a capitol. Incredibly uplifting tremolo riffs ride galloping drums to create a purposeful and compelling atmosphere in the money track “On the Trail of Betrayal”, like a vicious woodland hunt chasing a cunning foe. Where Amon Amarth faced a desperate and solemn ride against time in “Hermod's Ride To Hel”, Divine Element charges down the winding path slaughtering all in its way with the satisfaction that the cavalry can overcome any foes in the dense growth. The lyrics call for an examination of one's loyalties and just what hill is worth holding, questioning what influences and justifications one has in order to fight against or to accept a societal norm. Wrestling with whether to pursue a path that destroys others over “kin, kingdom, caste, and belief” or to “aim towards the noble idea, the Wholeness” of a unification strengthened by all its parts rather than a victor stood atop the ashes of his foes, Divine Element chooses to fight for the light and cleanse obscurity. Enlisting the drumming of Hans Grossman, the blaster in Necrophagist's “Epitaph”, “Call of the Blade” brings that cleansing fury to life, causing carnage and calamity on the road to reconquer the lost lands.

Unlike the failed experiment, Canada's Deity that came out nearly a week after this full-length, this other little known band featuring an established death metal drummer is a stellar example of immersive storytelling through aggressive music. 'Thaurachs of Borsu' is a well-rounded concept album with some incredible moments that is worth a listen from Amon Amarth, death metal, and black metal fans alike. Reaching for its destiny, traveling “Beyond the Sea”, and vanquishing as it marches, Divine Element builds an intricate world around this album and on the page to present an engaging narrative. (Five_Nails)

Alchemist - Tripsis

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Avantgarde, Voivod, Ewigkeit
Li amo da sempre, forse perché sono stato il loro primo fan fin dal lontano 1992, quando uscì il folle 'Jar of Kingdom'. Dopo tre lustri, gli australiani Alchemist hanno rilasciato il loro canto del cigno, una musica sempre contraddistinta da un extreme avantgarde costituito da elementi rock, psichedelici inseriti in un contesto death metal, a deliziare le mie insaziabili orecchie. 'Tripsis' è il sesto lavoro per l’act australe, uscito per la Relapse Records, che ci ha lasciato gli ultimi nove brani della band di Camberra. L’album si apre alla grande con “Wrapped in Guilt”, song che inizia con una certa vena space rock, simile alle produzioni degli Ewigkeit, per poi viaggiare su un mid tempos in pieno Alchemist style, con la voce mai completamente growl di Adam Agius, a dominare la scena. Dal secondo brano in poi, si capisce che la band è in forma smagliante, sfoderando una prova strumentistica dei singoli, davvero notevole (ispiratissima la batteria). Il quartetto crea melodie stranianti su un tappeto ritmico quasi tribale (questa sarà alla fine, la costante dell’album). La release degli aussy boys, riprendendo là dove aveva lasciato nel 2003 con 'Austral Alien', regala melodie aliene, capaci di miscelare nelle proprie note death, psichedelia, gothic, industrial, elettronica con suoni mistico-tribali propri della tradizione aborigena. “Nothing in no Time” ci spalanca la porta ad un nuovo mondo, grazie alla meravigliosa timbrica del basso di John Bray, in grado di creare atmosfere suggestive, lugubri e oscure; le chitarre schizoidi delle due asce poi, fanno poi il resto, originando, con il loro groove seventies, emozionanti turbinii mentali, girandole di colori e chiaroscuri tenebrosi. Il disco degli Alchemist prosegue in questo modo, spiazzando continuamente l’ascoltatore con trovate geniali: psicotici riffs graffianti, elementi progressive, ubriacanti samples e lampi di creatività, ci consegnano una band all’apice della propria evoluzione stilistica, che con quest'album ha voluto mostrare il proprio lato più speed/thrash orientato, mantenendo comunque, quella brillante vivacità che da sempre ne ha contraddistinto il sound. Gli Alchemist hanno continuano a percorrere imperterriti la loro personale strada che gli è valso l’appellativo di “surfthrash band”. Geniali. (Francesco Scarci)

(Relapse Records - 2007)
Voto: 85

https://alchemistband.bandcamp.com/album/tripsis

Endstille - Endstilles Reich

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Black Old School, Dark Funeral
Dopo le due buone performance di 'Dominanz' e 'Navigator' era difficile, per la band tedesca, ripetersi con un nuovo ispirato episodio di black distruttivo e inneggiante la morte. Eppure, a questi quattro malvagi guerrieri, l’odio deve per forza scorrere puro nelle vene. 'Endstilles Reich' rappresenta il quinto capitolo della discografia dei nostri, capaci, da quando si sono formati nel 2001, di rilasciare album quasi con cadenza annuale. Ad ogni modo, questa fatica, racchiude sostanzialmente ciò che era già contenuto nei precedenti dischi, con poche nuove quindi all’orizzonte. C’è il solito black metal senza fronzoli, rozzo, super tirato, privo di tastiere e di ogni tipo di contaminazione melodica. Dieci tracce, dieci cavalcate di ultra cattivo war black metal rigorosamente old school, che possono essere paragonate alla velocità di fuoco di un MG42 e alla potenza di una artiglieria navale. Non mancano tuttavia passaggi più ragionati (ad esempio nella conclusiva “Endstille”), dove le chitarre disegnano gelidi paesaggi invernali e con la voce di Iblis a urlare tutta la sua disperazione. Come sempre le lyrics vertono su temi inerenti le Guerre Mondiali. Discreto album per la band teutonica, che dopo quest'album ha ridotto notevolmente le proprie uscite discografiche. Malefici. (Francesco Scarci)

(Regain Records - 2007)
Voto: 60

https://www.facebook.com/Endstille.Official

giovedì 24 agosto 2017

The Destiny Program - Subversive Blueprint

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Metalcore/Hardcore, Caliban, Heaven Shall Burn
La Nuclear Blast ad un certo punto, ha pensato bene di mettersi a fare concorrenza alla Metal Blade, puntando su band metalcore. Era il 2007 e dalla Germania ecco arrivare quattro ragazzoni, a rimorchio del successo ottenuto dai connazionali Caliban e Heaven Shall Burn, con una proposta del tutto simile. 'Subversive Blueprint' rappresenta il terzo album per la band teutonica, un concentrato esplosivo di metalcore, dal forte sapore americano e reminescenze hardcore old style. Dodici tracce legate da una serie di elementi comuni: affilate chitarre metalcore, sulle quali si inseriscono le urla tipicamente hc del vocalist Johannes Formella, decisamente a suo agio quando canta in modo rude e incazzato, un po’ meno (e troppo emo!!) quando utilizza le clean vocals. Al di là di questo, l’album suona discretamente, anche se dopo un paio d’ascolti, la musica cade ahimè nell’anonimato. Non bastano infatti, altre influenze derivanti dal rock o dall’alternative (in primis dai Deftones), a sopperire ad una mancanza globale di idee, che questo filone sta palesando già da diverso tempo. I Destiny Program fanno bene il loro compitino, giusto per raggiungere una striminzita sufficienza, troppo poco però per attirare la mia esigente attenzione. Se siete alla ricerca dell’ennesimo disco metalcore, l’act tedesco può fare al caso vostro, in caso contrario, lasciate perdere e passate oltre. (Francesco Scarci)

(Nuclear Blast - 2007)
Voto: 60

http://www.destinyonair.com/

Pathology - S/t

#FOR FANS OF: Brutal Death
With a rhythm like a spray of bullets and thunder of artillery erupting up and down a battle line, Pathology runs amok leaving a wake of carnage that disassembles anything in its path. This band conjures images of rolling fortresses misshapen by arrays of weaponry in a seemingly random assortment of calibers and missile pods made for massacre rather than as an figure to appreciate. Made all the more imposing by their terrifying silhouettes stretching across blood-soaked battlegrounds, a regiment of these harbingers prognosticates the twilight of civilization. Unlike many inappreciable weapons systems of yore, shredded in scrap yards and burned on roadsides, there is a meticulous method to Pathology's misshapen steeds as they make their mad rush to scorch the earth through an album that transitions from a bewildering first blast to an exhaustive meditation on technique.

Eleven years old and on its ninth full-length album, this California outfit is an experienced mainstay of the brutal death metal realm and continues to plunge itself into the undulating pits of flesh that dot this world of sickness and gore. Immediately to the point, each song involves the slamming percussive patterns symbolic of the sub-genre as the ensemble forms an ever-morphing ball of aggression where strings attempt to breach the viscous surface, beating themselves to exhaustion and squeezed back into their confines by the fleshy crush. In “Litany” a thrashing surge enhances the guitars' muddy bounce. Behind it is an enticing lick here and there that takes center stage with higher pitch that wraps the guitars in harmony far above the abyssal bedlam. These aberrations stand far out against a series of slams and stomps that shows a serious focus on technique and packs each song to the brim with undulating variations on its restless rhythms. After an abrupt solo and a massive breakdown, the end of “Servitors” features a bit of Suffocation flair through a momentary guitar trill, just barely noticeable in the background of the romp and stomp, while “Shudder” showcases the intricacies of this down-tuned guitar dance alongside a magnetic vocal delivery that creates a disturbing accompaniment to an already obtuse album.

Pathology makes some very serious, very focused, ultra-brutal death metal in the veins of Texas' Devourment, Russia's Katalepsy, and Scotland's Cerebral Bore. Disgusting and indecipherable gutturals maintain the forefront, guitars fling themselves into pits of filth and arise with momentary screams while barely getting a chance to elaborate in merely two solos in this album, one in “Servitors” and another in “Vermillion”. Drumming consistently drives each song towards a fresh examination of the overall structure with astute variations, gravity blasts, and brutal bass kicking galore. Pathology is down and dirty while still remaining professional. This ninth studio album is a series of brutal death metal mainstays done very well with enough personal touch to keep the music fresh and versatile as it plunges deeper into realms of revulsion. (Five_Nails)

The Chapel of Exquises Ardents Pears - TorqueMadra

#PER CHI AMA: Post Rock/Ambient
La Cappella delle Squisite Pere Ardenti non può non destare la vostra (cosi come la mia) attenzione. Un moniker cosi originale non lo avevo mai letto e vuoi anche che i membri di questa nuova band, includano musicisti di due interessantissimi ensemble, gli inglesi Stems ed i francesi Anathème, l'ascolto è diventato del tutto obbligatorio. Fatto questo preambolo, lanciamoci ad assaporare le quattro tracce di questo breve 'TorqueMadra', un EP che saprà accarezzarvi, coccolarvi ed edulcorarvi (ora al rientro dalle vacanze estive) con sensuali melodie autunnali che si aprono con lo strimpellio di "Decameron". Una song che accanto all'arpeggio di chitarra iniziale, vede dispiegarsi un coro di archi che rendono il tono di questa traccia strumentale incantato, direi fiabesco. Che cosa c'è di meglio quindi se non abbandonarsi alle ammiccanti e suadenti melodie rilassate che vedono irrobustire la propria proposta nella parte centrale di una song che comunque vanta tutti gli ingredienti necessari per regalarvi un buon platter di musica post rock? Ecco, arriviamo al solito dolente punto, per il sottoscritto almeno, ossia la mancanza di una voce che ci accompagni in questo breve viaggio che racconti qualcosa di più di ciò che vogliono realmente esprimere questi The Chapel of Exquises Ardents Pears, uno strumento indispensabile in qualsivoglia forma per completare un sound che percepisco monco, sebbene la sua struttura complessa si muova tra frangenti più intimistici ("L'Eloge de la Folie"), altri più ambient ("Rose-Croix") fino ad arrivare ad altri math rock oriented ("Il Principe"). Diamo un significato più profondo a questi titoli, diamo un'espressione alla musica, diamo spazio alle parole... (Francesco Scarci)

Hevein - Sound Over Matter

BACK IN TIME:
#PER CHI AMA: Groove Thrash/Metalcore
La “Terra dei Mille Laghi”, da sempre è fucina di talenti infinita. 'Sound Over Matter' è stato il pass d’ingresso nel music business degli Hevein, act finlandese in giro dal 1992, ma che soltanto nel 2005 riuscì a sfornare il tanto sospirato album d’esordio, ma anche il solo prima dello split del 2012. C’è subito da dire che il tempo impiegato per uscire sul mercato, ha dato sicuramente i suoi effetti con un risultato abbastanza soddisfacente e di gradevole ascolto. Il sestetto scandinavo propina un sound ricco di piacevoli sfumature e sorprese. I dieci brani contenuti in 'Sound Over Matter' palesano prima di tutto un immancabile gusto per le melodie, ma anche la voglia di uscire dagli stereotipi e trasmettere tutta la loro passione per la musica... musica, che è un susseguirsi di emozioni, riffoni heavy che sfociano in territori thrash stile Bay Area, influenze derivanti dal crossover dei tedeschi Pyogenesis e da contaminazioni metalcore americane; e ancora, parti atmosferiche e l’accompagnamento di un violino, caratterizzano le ritmiche martellanti della band, con voci growl ma per lo più pulite, che si scatenano all’interno dell’album che risulta come uno spaccato di luci e ombre disseminato in un vortice di suggestive visioni autunnali. Gli Hevein sono dei bravi musicisti, capaci di spaziare dai suoni granitici tipici del thrash/metalcore a momenti più pacati e ragionati. Ascoltate “Only Human” e anche ai metallari più integerrimi si scioglierà il cuore. Come non citare poi l’ultima e immensa “Last Drop of Innocence”, dove i nostri sembrano trasformati in una nuova incarnazione dei Pink Floyd: le vibrazioni che trasmette questo brano sono veramente notevoli, con inevitabili e forti richiami anche ad 'Eternity' ed 'Alternative 4' degli Anathema. Ben prodotti da Mikko Karmila, gli Hevein si palesarono come un act dalle potenzialità enormi, peccato solo per il prematuro scioglimento. (Francesco Scarci)

(Spinefarm - 2005)
Voto: 75

http://www.hevein.com/

martedì 22 agosto 2017

V/A - Mixed by Focal - Polarity

#PER CHI AMA: Electro Techno Music/Ambient
Difficile giudicare un lavoro così imponente, trattandosi fondamentalmente di ambient music, ritengo che sia da considerare una vera chicca per stoici appassionati del genere, una sfida che la sempre verde Ultimae Records ha voluto lanciare ai suoi più tenaci seguaci. Una collezione di hand - mixed monumentale che supera l'ora di durata per entrambi i lati, per così dire se fosse un vecchio vinile, uno etichettato come "Ambient Side" l'altro come "Techno Side", contenenti entrambi brani di autori noti, appartenenti all'etichetta transalpina, da Aes Dana a Deadbeat e molti altri, passando per gli alter ego, Focal e Kinosura, dello stesso autore dell'opera, ossia Amaud Galoppe. Celato sotto lo pseudonimo di Focal, Amaud si diverte a reimpastare e rivisitare i brani suoi e dei colleghi come se dovesse preparare una pozione magica che nella parte ambient acquista un valore assai alto in termini di profondità e devozione, mentre nella parte techno, disperde un po' della sua carica evocativa in favore di un sound ricercato, coinvolgente ma sterile in fatto di esplorazione cosmica e spirituale, più incentrato su ritmi frastagliati e suburbani e con l'orizzonte aperto a lussurie drums'n'bass/acid house e dance music. Il lavoro è sicuramente notevole per quanto riguarda l'ambient side (il mio preferito) con un gusto sonoro adorabile. Molto più leggera ma non scialba o banale, l'altra sua espressione in forma techno, da locale notturno di classe ad alta fedeltà, con il classico sound teutonico in salsa psichedelica e un moderato impulso nelle percussioni e nei bassi. Si continua sulla falsariga del genere coniato ad immagine dell'etichetta francese, con un'altra opera di prim'ordine, decisamente sempre sopra alla media, con qualità e resa sonora ai confini della realtà, dove l'uomo e la macchina s'incontrano in scenari da film cerebrali, astratti e psicologici, mari di droni digitali coloratissimi e oceani cristallini, mostrandosi come una vera autorità in campo ambient elettronico. Bella anche la possibilità di ascoltare il full mix (ovviamente da ascoltare in toto nella sua forma integrale) di entrambe le versioni, oppure, in brani singoli a 24bit che troviamo sulla pagina bandcamp dell'etichetta, accompagnati da un bel artwork alchemico, derivato dall'opera degli artisti plastici Suzy Lelièvre e Raphaël Kuntz. Buon ascolto, cercate solo di non perdervi in questo nuovo fantastico viaggio mistico verso luoghi e mondi immaginari. (Bob Stoner)

(Ultimae Records - 2017)
Voto: 80

https://ultimae.bandcamp.com/album/polarity